Il grafico sull’evoluzione del valore delle rose in Serie A racconta una storia che va oltre i numeri: fotografa l’onda lunga di una stagione, che si sta rivelando molto più costosa di quanto i tifosi avessero immaginato. Il Napoli chiude la classifica al ventesimo posto, con un valore della rosa che è crollato di 78,6 milioni di euro, l’unico decremento a due cifre insieme a quello del Bologna, ma nettamente il più pesante dell’intero campionato.
Conte: ecco cosa lascia in eredità
Per capire davvero la portata di questo dato, basta mettere a confronto le due gestioni tecniche più recenti del club. Con Luciano Spalletti, in due stagioni, il Napoli aveva investito sul mercato una cifra relativamente contenuta, circa 110 milioni di euro, e nonostante questo era riuscito a portare il valore della rosa fino a un picco di 629 milioni di euro, grazie soprattutto alla crescita esplosiva di giocatori acquistati a basso costo e rivalutati sul campo, da Kvaratskhelia a Osimhen. Un modello di gestione che univa risultati sportivi e valorizzazione economica del patrimonio tecnico, la vera essenza del “modello Napoli” tanto lodato negli anni scorsi.
Con Antonio Conte, invece, il confronto è impietoso. In due anni sono stati spesi circa 450 milioni di euro sul mercato, ma il valore massimo raggiunto dalla rosa, toccato nel mercato 2025/26, si è fermato attorno ai 480 milioni di euro. Significa che, a fronte di una spesa quattro volte superiore rispetto all’era Spalletti, l’incremento di valore complessivo della rosa è stato nettamente inferiore. Un rapporto costo-rivalutazione che racconta, meglio di qualsiasi discorso, come la gestione Conte abbia privilegiato la solidità e la competitività immediata a scapito della crescita patrimoniale del club.
Non è un dato che nasce dal nulla. È il punto d’arrivo di una gestione, quella targata Antonio Conte, che sul piano sportivo ha regalato uno scudetto e una Supercoppa, ma che a livello industriale ha lasciato il club in una condizione delicata. Il paradosso è evidente: la squadra ha vinto, ma il patrimonio tecnico-economico della rosa si è impoverito. Un club che punta all’élite del calcio europeo dovrebbe crescere di valore anno dopo anno, non eroderlo.
Il vero nodo, però, non è tanto l’arrivo di Conte quanto la decisione di trattenerlo anche dopo la conquista dello scudetto. È in quel momento che la proprietà ha scelto di affidare al tecnico pugliese un mercato praticamente in bianco, con investimenti stimati attorno ai 300 milioni di euro nell’ultima sessione. Una cifra enorme, spesa per allestire una rosa che oggi fatica a garantire un ritorno sportivo proporzionato all’investimento e che, soprattutto, sembra difficile da rivendere sul mercato a valori simili a quelli di acquisto. Calciatori scelti da Conte, alcuni anche subito accantonati, ma non necessariamente profili capaci di generare plusvalenze o di attrarre grandi club europei in caso di cessione.
È qui che si consuma l’errore più grande della gestione: aver puntato tutto su un allenatore capace di massimizzare il rendimento immediato della squadra, ma la cui filosofia di mercato ha privilegiato solidità e affidabilità tattica rispetto alla crescita del valore patrimoniale del club. Il risultato è una rosa costosa, “vecchia” sia senso finanziario del termine, che anagraficamente e con margini di rivalutazione limitati.
Le conseguenze si stanno già vedendo in questa sessione di mercato, con un Napoli costretto a muoversi con maggiore cautela rispetto al passato, e c’è il concreto rischio che si faranno sentire ancora di più nella prossima, quando il club dovrà provare a rientrare parzialmente dell’investimento fatto. Recuperare oltre 300 milioni spesi in una sola estate non è un’operazione che si compie in tempi brevi: servono cessioni mirate, plusvalenze vere, e soprattutto un progetto tecnico capace di rivalutare i calciatori acquistati. Nel frattempo, il rischio di rimanere fuori dalla prossima Champions League resta concreto, e un’eventuale esclusione peserebbe ulteriormente su un bilancio già appesantito.
C’è chi continua a individuare nel presidente Aurelio De Laurentiis il principale responsabile di questa situazione, e per certi versi non ha tutti i torti: ma l’errore, più che nella gestione economica in sé, sta nella scelta strategica di affidarsi totalmente ad Antonio Conte anche dopo il traguardo dello scudetto, senza bilanciare le sue richieste con una visione di lungo periodo sul valore della rosa.
Il paragone con un uragano può sembrare eccessivo, ma rende bene l’idea dell’impatto che questa gestione ha avuto sui conti del club: un evento che ha portato risultati immediati, ma che ha lasciato dietro di sé un terreno da ricostruire pazientemente, voce di bilancio dopo voce di bilancio.

Ora la palla passa a Giovanni Manna e ad Allegri, chiamati a un compito tutt’altro che semplice: restituire equilibrio economico e sportivo a una rosa che, numeri alla mano, è la più svalutata dell’intera Serie A. Buona fortuna, davvero.






