Conte, le parole vanno pesate
Le recenti dichiarazioni di Antonio Conte a pochi minuti della sfida contro la Lazio, in cui ha definito il secondo posto come la posizione riservata al “primo dei perdenti”, rappresentano un autogol comunicativo e impongono una riflessione profonda che vada a toccare le corde dei valori istituzionali dello sport. Affermare che chiunque non sieda sul trono del vincitore sia, per definizione, un perdente è un messaggio che stride con la funzione educativa e sociale del calcio. Nessuno nega chr la vittoria sia l’obiettivo agonistico supremo, ma il rispetto per il percorso e per l’eccellenza raggiunta dovrebbe rappresentare un totem da parte di chi riveste ruoli di leadership tecnica e morale.
La competizione, soprattutto a certi livelli, è un confronto tra eccellenze. In un campionato complesso come la Serie A, posizionarsi sul secondo gradino del podio non è un fallimento, ma la certificazione di essere stato il principale competitor di chi riceverà la medaglia d’oro. Arrivare secondi significa aver superato altri diciotto club e, nel caso del Napoli, aver gestito crisi, infortuni e pressioni mediatiche provenienti dai c.d. “media nazionali”. Per una società, un secondo posto rappresenta spesso un consolidamento economico e di immagine fondamentale per futuri successi. Liquidare tutto come “il primo dei perdenti” significa sminuire non solo il lavoro dei propri calciatori, ma anche l’impegno profuso da ogni componente del club. È una visione irrispettosa. C’è poi una contraddizione interna, quasi un corto circuito comunicativo, che colpisce direttamente il Napoli. Mentre il tecnico evoca lo spettro della sconfitta per chi non vince, la classifica parla chiaro: al secondo posto siede proprio il suo Napoli. Etichettare la propria posizione attuale come quella dei “perdenti” appare come un atto di ingratitudine verso un gruppo di calciatori che ha “tirato la carretta” quando la situazione stava precipitando a causa degli infortuni. Ha ragione Spinazzola: i ragazzi hanno spinto nonostante le difficoltà e probabilmente altre squadre al posto del Napoli sarebbero crollate al sesto o settimo posto. Invece di nobilitare la rincorsa e la resilienza mostrata, la retorica del “vincere è l’unica cosa che conta” rischia di generare un clima di perenne insoddisfazione, dove nulla è mai abbastanza se non coincide con il trofeo alzato al cielo. Le istituzioni sportive in generale e i tesserati hanno il dovere di promuovere una cultura della sconfitta fondata su analisi e base per il rilancio. Quando un allenatore del calibro di Antonio Conte sceglie parole così tranchant, commette un clamoroso errore. L’ossessione per la vittoria, tratto che ha caratterizzato il percorso di Conte giocatore e allenatore, non puó diventare un alibi per calpestare il valore della competizione. Definire perdente la seconda classificata è un errore culturale che il calcio italiano, nel suo percorso di crescita civile, non dovrebbe più permettersi.






