C’è un riflesso condizionato che i media sportivi italiani non riescono a scrollarsi di dosso: ogni volta che il Napoli accenna a una risalita, viene subito caricato di aspettative smisurate, quasi fosse un obbligo per la squadra di Conte vincere nuovamente il campionato. È un gioco vecchio, logoro, ma sempre efficace per creare titoli e dibattiti da salotto. Ecco perché Conte fa benissimo a smontare queste narrazioni, prima che diventino una gabbia, creando una “bolla” protettiva attorno alla sua squadra.
L’allenatore salentino è navigato, esperto, conosce alla perfezione la logica e il peso delle parole, sa che l’isteria mediatica può trasformare una vittoria normale in un trionfo e un pareggio in una tragedia. Al termine delle partite, adotta una strategia comunicativa precisa: tagliare corto, respingere etichette e ridimensionare chi prova a trasformare ogni gara degli azzurri in un referendum sul campionato.
Ormai abbiamo capito: la corsa a presentare il Napoli come “favorito obbligato” è anche un modo per creare un alibi alle c.d. “blasonate”, quelle che quando inciampano (e succede molto spesso…), si nascondono dietro l’alibi del “Napoli favorito”. Conte, invece, ribalta questa narrazione imposta a livello nazionale.
I media, dal canto loro, alimentano le pressioni. Hanno bisogno di caricare il Napoli di aspettative per poi essere pronti a colpirlo alla prima difficoltà, in una spirale che conosciamo a memoria. Un copione che ha accompagnato il club partenopeo più volte negli ultimi anni (basti ricordare quanto accaduto con Benitez o Ancelotti).
Ecco perché la scelta di Conte non è soltanto difensiva, ma offensiva. Sottrae ai media l’arma della narrativa tossica. Protegge il gruppo e sposta la pressione altrove. Sa che a Napoli si può fare la storia, ma non certo esponendo il fianco in pubblica piazza al grido di “siamo i più belli, i più bravi, i più forti”.
Conte non sta fuggendo dalle sue responsabilità, sta smascherando un sistema che vive di pressioni costruite ad arte, soprattutto da quando il Napoli si è imposto ad alti livelli. La sua decisione di allontanare le pressioni è una mossa non solo tattica, ma profondamente manageriale. Non si tratta di nascondersi, ma di proteggere. Proteggere i suoi uomini, la sua squadra e il progetto da un’intensità emotiva costruita ad hoc.
Chi è sicuro della propria forza non ha bisogno di sbandierarlo
C’è poi una parte della piazza napoletana – tifosi e media locali – che non comprendono o condividono questa strategia. Legittimo, ci mancherebbe. Un po’ meno se quest’atteggiamento nascondesse solo l’ennesimo pretesto per puntare il dito contro la società, rea di non lanciare con il suo allenatore slogan del tipo “Anche il Napoli ce l’ha duro!”. Due Scudetti in tre anni certificano che il Napoli ha consapevolezza della propria forza, non ha bisogno di Viagra di natura mediatica. Necessita, questo sì, di un ambiente compatto che allenti le pressioni che arrivano dai media vicini ai club “blasonati”. Se lo capiamo, capiamo Antonio Conte.






