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Manna: “Conte mi ha fatto vivere un grande momento, Allegri spero sia la scelta giusta”

Guido Olivares di Guido Olivares
29 Ottobre 2026
in News
Tempo di Lettura: 6 min
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Manna in conferenza stampa
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A tutto Manna: parola al direttore sportivo azzurro

Giovanni Manna, direttore sportivo del Napoli, ha rilasciato una lunga intervista a Colpi da Maestro.

Manna: “Il mio percorso è stato un po’ particolare. Sono stato un giocatore modesto a livello dilettantistico e la cosa che mi piaceva di più era allenare. Nel pomeriggio seguivo i bambini e i ragazzi del settore giovanile, mentre la sera mi allenavo. È stato questo ad accrescere la mia passione. Il calcio ha sempre rappresentato una parte fondamentale della mia vita, come lo è tuttora. Fortunatamente, è diventato il mio lavoro e sono riuscito a coltivare questa passione.

Cos è un direttore sportivo? È un insieme di tutte queste componenti. Fondamentalmente, però, il nostro compito è risolvere problemi di ogni tipo. Spesso si tende a identificare il lavoro del direttore sportivo soltanto con il calciomercato, ma non è così. Il mercato è importante, naturalmente, e c’è un gruppo di lavoro che si occupa di osservare i calciatori. Tuttavia, il lavoro principale si svolge durante l’anno, a supporto dell’allenatore, della squadra e della dirigenza, confrontandosi anche con il presidente. Ci sono tante dinamiche e tante tematiche da gestire. Ridurre tutto al mercato è limitante.

Una situazione che mai vorrei affrontare? Questa domanda mi coglie un po’ impreparato, perché ne ho affrontate parecchie. Penso, per esempio, alla vicenda del doping di Pogba, che si è verificata durante la mia esperienza alla Juventus. In situazioni del genere bisogna rimanere lucidi e tranquilli, capire bene che cosa sta succedendo prima di prendere decisioni che potrebbero essere avventate. Per me non è semplice, perché sono una persona molto impulsiva.

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Come giudico il mercato estivo del Napoli? Il tifoso ha voglia di vedere il giocatore nuovo, vuole vedere calciatori forti, scoprirli ed emozionarsi. Noi, però, dovevamo seguire una linea precisa. Nel mio biennio a Napoli abbiamo acquistato tanti giocatori: soltanto l’anno scorso ne sono arrivati dieci o undici, considerando le sessioni estiva e invernale. Dovevamo quindi rispettare i nostri parametri. Per noi la squadra era completa e, se non fosse uscito nessuno, non avremmo fatto altre operazioni. Abbiamo provato, con un po’ di fantasia, a trovare delle soluzioni in uscita, ma a un certo punto ci siamo trovati in una situazione complicata. Abbiamo preferito non percorrere strade tortuose, rischiando di farci male. Come dice anche il mister, non è detto che un nuovo acquisto migliori effettivamente la squadra. Per questo abbiamo deciso di andare avanti così. L’anno scorso siamo stati condizionati dagli infortuni: speriamo di essere più fortunati e di riuscire a valorizzare il lavoro fatto in precedenza.

Allegri? Max quando sposa una causa dà tutto se stesso. Lo conosco perché abbiamo lavorato insieme alla Juventus e anche lì si è dedicato completamente al progetto. Ci siamo trovati perché partiamo da una base importante: la squadra è forte tecnicamente ed era ben allenata. Allegri lo ha riconosciuto, ed è un dato oggettivo. Adesso stiamo cercando di plasmarla un po’ secondo la sua idea, modificando alcune dinamiche. Pensiamo di poter disputare una buona stagione e di toglierci qualche soddisfazione, lavorando e arrivando fino in fondo. Vedremo.

Badiashile? Onestamente, in difesa non avremmo voluto fare nulla. All’inizio abbiamo provato a prendere Gila, ma la situazione era particolarmente interessante anche per altre società. Non c’erano i tempi e le condizioni giuste, mentre il Milan è stato bravo e veloce a trovare un accordo con tutte le parti. Poi Buongiorno ha avuto un problema che ha richiesto un piccolo intervento e un percorso di riabilitazione. A quel punto siamo dovuti tornare sul mercato. Badiashile aveva, e ha, le caratteristiche che cercavamo: struttura fisica e capacità di giocare con velocità. Quando lo acquistò il Chelsea era considerato un grandissimo talento. Ha attraversato un paio di anni complicati, ma bisogna assumersi dei rischi, soprattutto quando non è possibile sostenere un determinato tipo di investimento. Aveva le caratteristiche che ci servivano e pensiamo che, con il lavoro e la sua voglia di riscatto, possa darci una grande mano.

Favasuli? La Serie B è sempre stata un campionato che seguo con attenzione, anche perché è molto divertente. Favasuli l’anno scorso ha dimostrato di essere un giocatore pronto e di meritare un salto di qualità. C’erano anche altri nomi, compresi calciatori già in Serie A, ma lui mi ha colpito per la determinazione e la maturità mentale con cui si è approcciato al percorso ed è cresciuto. Cercavamo un giocatore che potesse essere inserito fuori lista e imparare da Di Lorenzo, perché in quella posizione abbiamo il nostro capitano. Secondo me, però, Favasuli potrà darci una mano. È un ragazzo interessante, un grande lavoratore e una persona umile: valori che, nel calcio moderno, non sono così scontati.

Tendenzialmente, se un giocatore è bravo, lo vedono in tanti. A me piace parlarci personalmente. Ho incontrato quasi tutti i calciatori che abbiamo preso, in molti casi anche più di una volta. Devo capire che cosa mi trasmettono, quali sensazioni ed emozioni mi suscitano. A volte sono estremamente positive, altre volte rimangono dei dubbi. Ricordo che a gennaio abbiamo preso Santos un po’ a sorpresa, perché giocava poco. Quando l’ho incontrato aveva un sorriso enorme, che ti riempiva. Mi ha trasmesso qualcosa di diverso: ho percepito la sua voglia e il suo entusiasmo. Naturalmente, quando incontri un grande campione, riconosci anche un valore diverso. Ma, al di là dei numeri e dei dati, un giocatore deve lasciarti qualcosa, sia in campo sia fuori. Per me questo aspetto è fondamentale.

Quando abbiamo preso Romelu Lukaku, abbiamo stipulato un contratto di tre anni. L’accordo con il Chelsea era un po’ complicato, perché il valore residuo del giocatore era molto più alto rispetto alla cifra del trasferimento. Il nostro programma era di tenerlo per tre anni, fino alla scadenza del contratto. Poi, purtroppo, le cose non vanno sempre come ci si aspetta. Ci siamo trovati a gestire una situazione complicata. Per noi era uno stipendio importante, soprattutto perché avevamo già fatto un investimento per sostituirlo con Højlund. Anche la cessione non è andata come speravamo, ma, in un mercato difficile, trovare qualcuno disposto ad acquistarlo è stato complicato. Siamo stati fortunati a riuscirci. Gli auguro il meglio, perché è un ragazzo che con noi ha vinto uno scudetto e ci ha dato davvero tanto.
È stata una situazione complicata. I calciatori, come tutti noi, a volte pensano anche ai propri interessi. Lui aveva in mente il Mondiale, il recupero e la necessità di tornare a giocare. In quel momento, però, noi stavamo lottando per un obiettivo vitale, la qualificazione alla Champions League. Forse qualcosa si è perso per strada, ma sono situazioni che nel calcio possono capitare.

La Champions League? Personalmente preferivo la vecchia formula, ma, se la guardi dall’esterno come tifoso, le ultime due giornate sono divertenti. Prima c’erano gironi nei quali, già alla terza partita, era tutto deciso. Con il nuovo formato, invece, si arriva all’ultima giornata con tante situazioni ancora aperte. È sicuramente più piacevole per chi guarda.

La Champions League è il calcio di oggi. Giocarla e vivere certe esperienze ti fa crescere tantissimo. Quando vai ad acquistare un giocatore, per esempio, ti chiedi quante partite di Champions abbia disputato, perché hanno un peso diverso. È una competizione con un ritmo e un’intensità differenti. Si vedono giocate diverse e si vive il calcio in un altro modo.
L’obiettivo del Napoli? Cercare di arrivare ai playoff sarebbe già un risultato molto importante. Ci divertiremmo moltissimo.

De Laurentiis va ringraziato, perché sono arrivato a Napoli a 36 anni e, dopo il decimo posto, mi è stata data una possibilità incredibile. È stata una scelta importante e, per certi versi, anche un po’ folle.

Che cosa ci siamo detti? Mi chiamò il dottor Chiavelli. Incontrai prima lui e poi il presidente. Quando mi chiamò, mi disse: “Lei mi ha fatto un’ottima impressione: o è veramente bravo oppure è un grande attore”. Gli risposi: “Al massimo faremo un film.

Lo scudetto? È stato come vivere un sogno. È stata una stagione davvero difficile, con tanti problemi e tante situazioni complicate. Man mano che andavamo avanti e restavamo in corsa, però, cominciavamo a crederci. Non pensi mai davvero di poter arrivare fino in fondo. Poi abbiamo pareggiato a Parma, Lazio e Inter hanno pareggiato e noi abbiamo giocato l’ultima giornata di venerdì. La mattina della partita, mentre andavo in macchina al centro sportivo per la rifinitura, in città cominciavano a comparire le bandiere. In quel momento ho realizzato che forse stavamo davvero per vincere lo scudetto, al mio primo anno a Napoli. È stato un momento irripetibile.

Quando ho firmato con il Napoli, nella mia testa c’erano Gasperini e Conte. Erano due figure forti. A 36 anni hai bisogno, tra virgolette, non tanto di protezione quanto di una persona con cui poter lavorare e costruire insieme. L’unità ti rende più forte e ti permette di spiegare al presidente determinate dinamiche e determinate scelte. Con Antonio mi sono trovato benissimo e lo ringrazierò per tutta la vita. Mi ha fatto vincere uno scudetto, che spero non sia l’ultimo, ma soprattutto uno scudetto storico. Mi ha insegnato tanto e mi ha fatto crescere professionalmente. Lavorare con un allenatore così esigente, determinato, appassionato e meticoloso, che non si accontenta mai, ti porta inevitabilmente a rendere di più. In quella stagione abbiamo dovuto anche vendere Kvaratskhelia, un’operazione che non è stata facile da gestire, e non siamo riusciti a rimpiazzarlo. Sono stati due anni importanti per me. Sarò sempre grato a Conte, perché mi ha dato una grande mano e, se abbiamo raggiunto risultati importanti, gran parte del merito è anche suo.

Allegri? Dopo Conte era importante avere una personalità forte, magari diversa, ma comunque riconosciuta dallo spogliatoio, dalla piazza e dal presidente. Dobbiamo cercare di valorizzare il lavoro fatto finora, che secondo me non si è interrotto. Quest’anno la squadra può ancora dare continuità a quel percorso, anche se probabilmente siamo arrivati alla fine di un ciclo iniziato con Spalletti. Credo che Allegri, dopo l’esperienza di Milano, abbia voglia di rivincita. È una persona che, a volte, mi sorprende per quanto venga messa in discussione. Penso abbia voglia di rilanciarsi, e la stessa cosa vale per noi, dopo una stagione condizionata anche dalla sfortuna. Speriamo che le cose vadano nella direzione giusta.

Cosa dico ai tifosi del Napoli? Vorrei trasmettere un messaggio di fiducia e pazienza. Le scelte che abbiamo fatto non sono state pensate soltanto per l’oggi, ma soprattutto per il domani. A volte bisogna accontentarsi un po’ nel breve periodo per gettare le basi e continuare a lavorare come è stato fatto negli ultimi vent’anni, così da proseguire il percorso anche negli anni successivi. I tifosi devono avere fiducia e pazienza”

Tags: Manna
Guido Olivares

Guido Olivares

Dottore in Giurisprudenza, nato a Napoli il 19 marzo 2001.

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