Il freddo artico giustifica lo sfregamento continuo delle mani, viola per la trepidazione prima ancora che per la screpolatura. Gli sguardi non s’intrecciano, si evitano rispettosamente. A ognuno la sua croce, a ognuno il suo modo di stemperare l’ineluttabile. Chi s’è attardato cammina verso casa nervosamente, frastornato dall’idea di vedere un solo secondo di gara svanire tra le grinfie del tempo perduto calca il red carpet irreale apparecchiato dalle macchine parcheggiate ai lati delle vie caotiche sino ad un’ora prima. La solennità dello scenario lascia pensare ad una ricorrenza religiosa, il calendario pare confermare. Al 25 dicembre manca però ancora un po’.
Non è Natale, è Napoli-Juventus. Chiedetelo allo zoccolo duro, a chi chiuderebbe volentieri il campionato con 6 punti: due vittorie e trentasei sconfitte.
Napoli-Juventus 5-1: chi c’era sulla panchina azzurra?
Gli azzurri partono forte e lo squillo di McTominay che si permette il lusso di divorarsi il gol più semplice della sua carriera a Napoli lascia presagire un inequivocabile segnale: oggi il Napoli non la perde mai. Un’intensità barbara, catartica, mette alle strette i bianconeri, dal canto loro poveri di sicurezze e privi anche d’uno stabile riferimento offensivo. Già, un’intensità straordinaria, vista nel recente passato.
Nel calcio, sport di attimi fuggenti, aspirare a marchiare a fuoco un confronto del genere è benzina per ogni sognatore. Monopolizzarne la memoria collettiva è leggenda. Perché dire d’aver deciso un Napoli-Juventus è straordinario, ma poter dire d’aver contribuito a sigillare l’immortalità del Napoli-Juventus destinato a rimanere simbolo imperituro di gloria vale ogni ostacolo superato nel proprio percorso professionale. Vale persino la narrazione di attaccabrighe, di insensibile, etichetta applicata con cura da qualche figura dirigenziale lieta di scaricare le proprie responsabilità.
1-0, Hojlund. La bocca digrignata sino al logorio completo dello smalto dei denti si spalanca per un urlo liberatorio volto a spezzare la gelida atmosfera. Poi un sospiro: è lunga, lunghissima. Che strano, faceva freddissimo anche allora.
13/01/2023, tuona sulla serranda malconcia d’un’attività ormai abbandonata nella mia zona. Strepito di vita nell’oblio dei ricordi. Napoli-Juventus 5-1 scritto a caratteri cubitali, sin da qualche giorno dopo la partita. Ci passo davanti tutti i giorni e ancora non me lo spiego.
Sul campo, il Napoli continua a dominare. Almeno tre occasioni d’oro, il primo tempo si chiude sull’1-0, ingeneroso per quanto prodotto dai Partenopei. Le telecamere indugiano e tra un’inquadratura e l’altra si scorge una figura familiare. Che strano vederti dall’altra parte, mister.
Spalletti non sarà mai nemico di Napoli
Il Napoli torna in campo e ricomincia il suo forcing, nella mia testa riecheggia una e una sola domanda:
“Ma quando è accaduto tutto questo?”.
Per la mia generazione, la Juventus era il lupo cattivo. Era l’uomo nero. Erano gli stronzi che a otto anni ti fregavano HIguain. Era il preludio a temi esorbitanti per la nostra età, perché tutto ciò che accadeva in campo non era solo un gioco. Questione meridionale, razzismo, rivalsa popolare. Temi delicati che abbondano in mascelloni improbabili, ma tant’è.
Yildiz segna, ma lo sconforto generale per la rasoiata del turco è piuttosto contenuto. “Siamo troppo più forti”. Qualche temerario lo dice, qualcun altro lo pensa. Il delirio del 2-1 targato Hojlund non è altro che la naturale conseguenza di un’attesa a tratti esemplare.
Tra un lancio velleitario e l’altro, la questione mi distrugge. La risposta era sotto i miei occhi.
Il sovvertimento dell’ordine porta il nome e il cognome di Luciano Spalletti, nell’eredità senza tempo di quella squadra che fu capace di regalare ad un intero popolo una nuova favola della buonanotte da raccontare ai loro bambini. E per quanto la versione possa essere stravolta, non sarà mai il cattivo della storia. Qualche fischio figlio di rabbia cieca non fa altro che riconoscere al tecnico di Certaldo la sua immortalità.
Capace di cambiare la storia e di avviare un nuovo ciclo. Ora, non è più la gara in cui il Napoli è chiamato a dimostrare. Oggi, è l’avversario a dover cercare e dare risposte sul campo.
Perché un giorno un uomo, guidando i suoi giovani assi, è riuscito a cambiare il corso degli eventi.
Oggi si esce dal Maradona speculando su un risultato positivo e godereccio come la vittoria sulla Vecchia Signora, perché “poteva finire 5-1”. Ed è un guaio, perché un precedente c’è. E non è un sogno proibito…






