«Se non la guidi tu la partita poi ti ritrovi a fare il passeggero di altri». Luciano Spalletti, anima inquieta e parola sempre affilata, ha provato a spiegare così la sconfitta della sua Juventus contro il Napoli, arrivata in uno stadio Diego Armando Maradona rumoroso e polemico, tra fischi e ironie della sorte. Proprio lì, dove due anni fa gli era stata conferita la cittadinanza onoraria, il tecnico ha vissuto una delle serate più complicate della sua recente avventura bianconera.
L’Analisi della sfida del Maradona
Come riportato da Ultimo Uomo, il campo ha raccontato una storia più semplice – e più dura – delle parole. La Juventus ha calciato in porta per la prima volta soltanto al 59’, trovando il momentaneo 1-1 con Yildiz, prima di essere punita di nuovo da un Napoli più lucido, intenso e coerente. Spalletti, nervoso nel post-partita, ha parlato di «comportamenti», di «timidezze», di palle perse. Ma la sensazione diffusa è che, questa volta, le difficoltà della Juventus siano nate prima di tutto in panchina.
Il ko pesa non solo per il prestigio della sfida Napoli-Juventus, ma anche per la classifica. I bianconeri arrivavano da tre vittorie consecutive considerando tutte le competizioni, ma in campionato hanno vinto solo una delle ultime quattro partite. Oggi sono a otto punti dalla vetta e a quattro dal quarto posto, con davanti squadre come Como e Bologna. Il bilancio di Spalletti dopo otto partite è di quattro vittorie, tre pareggi e una sconfitta: numeri discreti, ma che iniziano a suonare come un campanello d’allarme.
La gara del Maradona è stata segnata dalle scelte tattiche iniziali. Senza Vlahovic, Spalletti ha optato per un 5-3-2 atipico, con Yildiz e Conceição adattati a coppia d’attacco, nella speranza di ottenere superiorità numerica a centrocampo. L’idea, sulla carta, era chiara: palleggiare con tre centrocampisti contro la mediana del Napoli, peraltro rimaneggiata dall’emergenza infortuni che ha costretto Conte ad adattare Elmas in mezzo.

In pratica, però, il piano non ha mai funzionato. Il centrocampo Locatelli-McKennie-Thuram si è confermato poco adatto al palleggio continuo e i tre centrali del Napoli hanno avuto vita facile nell’aggredire Yildiz e Conceição spalle alla porta. La Juventus non è riuscita a far uscire un difensore avversario, né a trovare gli spazi immaginati. Al contrario, la struttura scelta ha favorito la solidità difensiva del Napoli, sempre in superiorità numerica dietro.
Nel secondo tempo, il cambio al 3-4-2-1 ha dato segnali incoraggianti. Rinunciando al controllo del possesso, la Juventus ha migliorato il pressing e si è trovata più a suo agio in una partita verticale e di duelli. Non a caso il pareggio è arrivato proprio da una riconquista a metà campo e da una giocata rapida in avanti. Fondamentale, in questo senso, la presenza di David come riferimento centrale, capace di abbassare la difesa del Napoli e liberare lo spazio per l’inserimento di Yildiz.
Sembrava il momento giusto per insistere, ma Spalletti ha scelto diversamente. A un quarto d’ora dalla fine è tornato al 5-3-2, togliendo Yildiz e Conceição per inserire Miretti e Openda. Una decisione che ha abbassato il baricentro della Juventus e riconsegnato l’iniziativa al Napoli. Il secondo gol di Hojlund, nato da una situazione confusa sul secondo palo, è arrivato in un contesto che ricordava troppo da vicino le difficoltà del primo tempo.
Nel finale, il tecnico ha poi cambiato ancora, tornando al 3-4-2-1 e creando anche un’ultima occasione, ma ormai era tardi. Ai punti, in un ideale match di boxe, il Napoli avrebbe comunque meritato la vittoria.
Spalletti ha chiesto tempo, rispetto e fiducia. E sono richieste legittime. Ma la sfida del Maradona ha lasciato una sensazione difficile da ignorare: questa volta, più che le timidezze dei giocatori, a complicare la vita alla Juventus sono state proprio le scelte del suo allenatore. E quando Napoli e Juventus si incrociano, il campo raramente mente.






