Il digiuno finisce dopo 63 giorni
Sessantatré giorni senza gol, un’attesa lunga, pesante, quasi dolorosa per un centravanti che vive di istinto e adrenalina. Eppure, quando finalmente il pallone torna a gonfiare la rete, per Rasmus Hojlund tutto appare leggero, quasi naturale. «E come volete che stia?», dice con un sorriso che tradisce liberazione e orgoglio dopo la doppietta che ha deciso Napoli–Juventus. Il freddo non lo sfiora, il peso dei giorni neppure: questa era la sua notte.
La storia della sua rinascita parte da lontano, da quell’estate rovente in cui il Napoli fu costretto a rivoluzionare in corsa il proprio attacco dopo l’incidente choc occorso a Lukaku. È in quei giorni frenetici che la società tornò a bussare a Manchester, dove aveva già pescato Scott McTominay, implorando e convincendo lo United a cedere anche Hojlund. Un investimento da cinquanta milioni, criticato da alcuni, oggi decisivo.
La prima scintilla: Neres apre la strada
La partita vive il suo primo spartiacque al minuto 7. David Neres, imprendibile sulla corsa, sbriciola la marcatura di Koopmeiners e scaraventa in area un pallone che sembra aspettare solo il tocco giusto. È il territorio dei centravanti veri, quelli che sanno rubare mezzo metro e trasformarlo in un gol. Hojlund anticipa tutti e infila l’1-0 con naturalezza feroce. È la scintilla che mancava, il segnale che il digiuno è finito.
Per settimane si era adattato: pressing, lavoro sporco, appoggi spalle alla porta, assist. Ma ciò che un attaccante desidera davvero è semplice: essere se stesso. E su quel pallone, Hojlund lo è stato.
La panchina come bussola
La seconda fiammata arriva al 78’, suggello di una serata ritrovata. McKennie sbaglia il disimpegno, Hojlund fiuta l’errore, attacca lo spazio centrale – proprio come gli suggeriva la panchina – e affonda il colpo del 2-1. Il gesto dell’indice rivolto verso la panchina è tutto tranne che casuale: «Mi dicevano di attaccare centralmente, di sfruttare quello spazio. Li ho ascoltati».
È la fotografia del suo rapporto con l’ambiente: umiltà, ascolto, lavoro. Un talento che cresce dentro un sistema che lo esalta e lo educa.
La rinascita di un centravanti vero
Oltre ai gol, Hojlund non ha mai smesso di fare ciò che Conte pretende da un 9 moderno: aggressione alta, duelli, sacrificio. «Pressare non mi dispiace, tengo alta la squadra», racconta. Ma il Napoli aveva bisogno di più. Aveva bisogno di un killer, non solo di un lottatore. E questa volta lui ha risposto presente.
La classifica cambia, le nubi si dissolvono, e in attesa che tornino i compagni assenti, c’è un dato che pesa più di tutto: c’è di nuovo Hojlund.
Fonte: Gazzetta






