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Il Napoli che amo ancora, ma in cui non riesco più a credere

Mario Marchitelli di Mario Marchitelli
8 Agosto 2026
in Editoriali
Tempo di Lettura: 4 min
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Allegri
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Il Napoli che amo ancora, ma in cui non riesco più a credere

Ci sono momenti in cui ti accorgi che qualcosa è cambiato senza sapere esattamente quando.
Non è successo tutto in un giorno. Non c’è stata una partita, una cessione o un acquisto capaci, da soli, di spegnere qualcosa. È stato un processo lento. Una somma di scelte, di sensazioni, di delusioni. Fino a ritrovarsi oggi a guardare il Napoli e a scoprire di non provare più quello che si provava prima.
E forse è proprio questo il sentimento più difficile da raccontare.
Perché io il Napoli continuo ad amarlo.
Amo la Maglia. Amo ancora l’idea di vederla correre sul rettangolo verde. Amo quel momento in cui comincia la partita e, per novanta minuti, tutto il resto può anche sparire.
Ma tutto quello che c’è intorno mi ha prosciugato.
Questo mercato, a dirla tutta, mi dà le stesse vibes del secondo anno di Spalletti.
La sensazione è che la squadra verrà completata negli ultimi giorni, quando i grandi club avranno fatto le loro scelte e sul mercato saranno rimasti gli insoddisfatti, quelli che non hanno trovato spazio, quelli che improvvisamente diventano occasioni.
E magari funzionerà.
Anzi, probabilmente funzionerà.
Il Napoli ha una squadra forte e verrà ulteriormente rinforzato. E con Allegri in panchina c’è la certezza, o quantomeno la ragionevole speranza, che il risultato arriverà. Allegri è uno che il risultato lo porta quasi sempre, in un modo o nell’altro.
Però non posso fare finta che sia la stessa cosa.
Perché quando penso al secondo anno di Spalletti non penso semplicemente a un mercato fatto negli ultimi giorni. Penso a un’altra cosa: al coraggio.
Al coraggio di far partire i senatori. Quelli che avevano rappresentato il Napoli per anni, quelli che sembravano intoccabili, quelli che avevano costruito la propria storia con quella Maglia, ma che ormai avevano dato il meglio.
E al coraggio, ancora più grande, di sostituirli con giocatori che allora non conosceva quasi nessuno.
Kvaratskhelia.
Kim.
Oggi pronunciamo questi nomi con la naturalezza con cui si pronunciano i grandi campioni. Ma allora erano una scommessa. Erano il genere di giocatori che, se avessero fallito, avrebbero fatto gridare alla follia.
Quello fu coraggio imprenditoriale.
Non la certezza di vincere, ma la disponibilità a rischiare per provare a diventare qualcosa di diverso.
Ed è forse proprio quello che oggi mi manca.
Non è il mercato a farmi male
Il problema, però, è che sarebbe troppo facile dare tutta la colpa al mercato.
Non è il mercato.
Il mercato è soltanto l’ultima fotografia di un sentimento che viene da lontano.
Sono state le scelte degli ultimi anni a consumarmi lentamente.
Tutte.
Le ho vissute, una dopo l’altra, fino a quando ho smesso di arrabbiarmi. E per un tifoso questa è forse la cosa peggiore che possa succedere.
Perché la rabbia significa che ci tieni.
La delusione significa che avevi aspettative.
L’entusiasmo significa che credi ancora in qualcosa.
Quando invece arriva l’indifferenza, quando una scelta della società non riesce più nemmeno a farti discutere, allora capisci che dentro di te si è rotto qualcosa.
E io oggi mi sento così.
Prosciugato.
Non provo più quelle emozioni che per anni mi hanno legato al Napoli. Non aspetto il mercato con il cuore che batte. Non vivo ogni indiscrezione come se potesse cambiare il destino della squadra. Non riesco più a costruirmi nella testa quel futuro bellissimo che un tempo bastava un acquisto a farmi immaginare.
Eppure, appena comincia una partita, succede qualcosa.
Guardo la Maglia.
E sono ancora lì.
Perché la Maglia resta
È questa la contraddizione che non riesco a risolvere.
Posso essermi disamorato di tante cose che riguardano il Napoli, ma non riesco a disamorarmi del Napoli.
Perché la Maglia è rimasta.
E rimarrà sempre.
Puoi cambiare allenatori, dirigenti, giocatori. Puoi prendere decisioni che non condivido, puoi farmi arrabbiare, puoi farmi perdere entusiasmo. Puoi perfino farmi smettere di credere nel progetto.
Ma poi quella Maglia scende in campo.
E io voglio vederla vincere.
È una cosa irrazionale, probabilmente. Ma il tifo è questo. Non è un rapporto regolato dalla logica. Non ami una squadra perché prende sempre le decisioni giuste. Non la ami perché ti garantisce trofei. La ami perché, a un certo punto della tua vita, quei colori sono diventati parte di te.
E questo non si cancella.
Per questo guardo al 2026/27 con una sensazione strana.
Da una parte non riesco più a credere nel Napoli come credevo un tempo.
Dall’altra penso che questa squadra possa fare benissimo.
Perché è forte. Perché sarà rinforzata. Perché Allegri magari non sarà l’allenatore capace di farmi innamorare di nuovo del progetto, ma è certamente uno che sa vincere partite, gestire stagioni e portare risultati.
E forse sarà proprio il campo a fare quello che il mercato e la società non sono più riusciti a fare.
Forse saranno quei novanta minuti a restituirmi qualcosa.
Un’emozione.
Una speranza.
Quella sensazione che avevo quando il Napoli non era soltanto una squadra da giudicare, ma qualcosa in cui credere.
Non lo so.
Per ora so soltanto che il Napoli in cui credevo è finito.
Non necessariamente il Napoli forte. Non necessariamente il Napoli vincente. Non necessariamente il Napoli capace di regalarmi ancora grandi soddisfazioni.
È finito quel Napoli in cui credevo ciecamente.
Quello delle scelte che potevano sembrare folli e che invece diventavano leggenda.
Quello in cui anche una scommessa di mercato sembrava una dichiarazione d’intenti.
Oggi non ho più quella fede.
Ho qualcosa di più semplice e, forse, più indistruttibile.
La Maglia.
Il resto, ormai, dovrà conquistarselo il Napoli.
Partita dopo partita

Tags: Allegri
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