C’è un momento preciso in cui comincia la caduta del Napoli.
Non è una sconfitta sul campo, un gol subito allo scadere o un errore di mercato.
È una conferenza stampa. Una manciata di secondi che, riguardati oggi, sembrano contenere il destino di un’intera stagione.
Napoli-Udinese 1-0: il preludio di un’annata difficile
24 maggio 2026. Il Napoli ha appena battuto l’Udinese per 1-0, chiudendo al secondo posto un campionato tormentato. Aurelio De Laurentiis e Antonio Conte siedono uno accanto all’altro, davanti ai giornalisti.
A un certo punto, il presidente si rivolge al suo allenatore.
“Senza gli infortuni avresti vinto ancora tranquillamente il campionato”.
“Ma assolutamente no”, replica Conte.
“Ma come no? Te lo dico io”.
In quelle poche battute si consuma una frattura molto più profonda di quanto possa sembrare.
De Laurentiis è convinto di avere ancora tra le mani una squadra da scudetto, frenata soltanto dalla sfortuna. Conte, invece, sa bene quanto sia stato difficile trascinarla fino al secondo posto. Riconosce i meriti dell’Inter, rifiuta gli alibi. Perché conosce la verità che il presidente non vuole vedere.
Quella del Napoli è una rosa che invecchia, costruita intorno a calciatori che hanno già dato il meglio di sé. Uomini che hanno vinto, alcuni addirittura due volte, che hanno spremuto fino all’ultima goccia energie fisiche e mentali. Giocatori appagati, forse non più disposti a sacrificarsi con la stessa ferocia di chi ha ancora tutto da conquistare. Non è una questione di professionalità, ma di fisiologia del successo: dopo aver scalato una montagna, trovare la fame per scalarne un’altra è terribilmente difficile.
Conte lo sa. Sa che non basta recuperare gli infortunati per restituire freschezza a una squadra logorata da due stagioni vissute al massimo. Sa che gli acquisti dell’estate precedente non hanno garantito il ricambio necessario e che, per continuare a competere ai vertici, servirebbe una rivoluzione.
Nuovi uomini, nuove energie, nuove motivazioni. Ma dopo aver investito quasi 200 milioni, De Laurentiis non sembra disposto a finanziare un’altra ricostruzione.
Conte ne prende atto.
E se ne va, rinunciando a un contratto milionario.
Riguardata oggi, quella conferenza stampa sembra il primo atto di una caduta annunciata.
Non perché Conte avesse previsto il futuro, ma perché aveva riconosciuto i limiti del presente.
De Laurentiis è stato cieco davanti ai limiti del suo Napoli
Limiti che De Laurentiis non voleva vedere.
Gli antichi Greci avevano una parola per descrivere l’arroganza di chi, dopo aver raggiunto il potere o la gloria, perde il senso della misura: hybris.
È la tracotanza di chi si sente superiore ai propri limiti, di chi finisce per confondere il successo con l’infallibilità. Nelle tragedie greche, la hybris precede spesso la caduta.
Perché vincere è difficile. Ma continuare a vincere lo è ancora di più.
Il successo è un maestro ingannevole. Ti convince che le tue intuizioni siano sempre giuste, che le scelte compiute ieri funzioneranno anche domani. E così, proprio quando dovresti essere più lucido, rischi di perdere la capacità di mettere in discussione te stesso.
È quello che sembra essere accaduto ad Aurelio De Laurentiis. Due scudetti in tre anni, frutto di intuizioni, programmazione e coraggio.
Ma anche due vittorie che il presidente non è riuscito a gestire.
Era già successo nel 2023. Dopo lo scudetto di Spalletti, De Laurentiis si convince che quella macchina perfetta possa continuare a vincere quasi da sola.
Sceglie Rudi Garcia e il giocattolo si rompe. Una stagione disastrosa, poi l’intuizione giusta: affidarsi ad Antonio Conte, l’uomo delle ricostruzioni impossibili. Che, approfittando anche di una stagione senza coppe, riesce nell’impresa di riportare subito il Napoli sul tetto d’Italia.
Ma è proprio dopo il secondo scudetto che De Laurentiis commette l’errore più costoso. Pur di trattenere Conte, ormai tentato dall’addio, gli promette un mercato faraonico. Quasi 200 milioni per costruire una squadra destinata a dominare. Una scommessa che si rivela un clamoroso autogol. Perché Conte è probabilmente il miglior allenatore possibile quando si tratta di ricostruire una squadra, ma non ha dimostrato lo stesso talento nelle scelte di mercato.
Lucca, Lang, Beukema, Marianucci: decine e decine di milioni investiti senza ottenere il salto di qualità sperato. Il Napoli spende una fortuna, ma non costruisce il futuro.
E arriviamo all’estate del 2026. Conte lascia una squadra logora, con un’età media elevata, diversi calciatori ormai nella fase discendente della carriera e pochi ricambi all’altezza.
Servirebbe un allenatore capace di aprire un nuovo ciclo, di valorizzare i giovani, di restituire entusiasmo e identità a un gruppo che sembra aver smarrito la fame.
De Laurentiis sceglie invece Massimiliano Allegri.
Un allenatore dal passato prestigioso, ma che negli ultimi anni non ha certo brillato per capacità di innovazione. Un tecnico abituato a gestire campioni affermati, più che a costruire qualcosa di nuovo. Esattamente il contrario di ciò di cui avrebbe bisogno il Napoli.
E come se non bastasse, dopo aver dilapidato gran parte delle risorse nell’estate precedente, il presidente affronta il mercato senza la forza economica necessaria per rinnovare profondamente la rosa.
Il risultato è una squadra che continua ad aggrapparsi ai protagonisti dei vecchi trionfi, affidata a un allenatore che sembra appartenere a un calcio del passato.
Un gruppo che avrebbe bisogno di essere rifondato e al quale, invece, viene chiesto semplicemente di continuare a vincere.
L’inizio di stagione è la conseguenza di queste contraddizioni.
Certo, Allegri ha le sue responsabilità, ma sarebbe troppo facile fermarsi alla panchina.
Il problema nasce prima, molto prima. Nasce dall’incapacità di riconoscere che un ciclo è finito, dalla convinzione che basti cambiare allenatore per rimettere in moto una macchina ormai usurata.
De Laurentiis ha avuto il merito enorme di portare il Napoli a vincere due scudetti in tre anni. Nessuno potrà cancellarlo. Ma proprio quelle vittorie sembrano avergli tolto la lucidità che lo aveva reso un presidente vincente.
E allora tornano alla mente quelle parole pronunciate il 24 maggio.
“Ma come no? Te lo dico io”.
Forse, in fondo, il problema del Napoli è tutto lì.
Nella convinzione di avere sempre ragione, anche quando la realtà racconta qualcosa di diverso.






