Il Napoli è il problema di De Bruyne
L’entusiasmo di una delirante giornata estiva, la ciliegina sulla torta Tricolore che i tifosi azzurri avevano insperatamente conquistato, un annuncio che parve quasi irreale: De Bruyne al Napoli era tutto
questo, forse qualcosina in più.
In una cittadina sempre impreparata al grande salto psicologico prima ancora che qualitativo, le malelingue sibilline trovano uno spazio che altrove difficilmente troverebbero. Questo è anche il caso dell’arrivo del belga al Napoli, reo di strapagare un giocatore definito “finito” prima ancora di prenderlo in esame. Una stagione travagliata ma da trascinatore assoluto al suo ritorno in campo era il suo biglietto da visita. Trascinatore del Manchester City, che ha eretto addirittura una statua in suo onore e gli ha intitolato una via del centro sportivo.
Il primo anno di De Bruyne è stato positivo
Per quanto tribolato, il primo anno del belga a Napoli non racconta assolutamente la storiella che sentirete raccontarvi dalle stesse persone che hanno reso il
tema una vera e propria guerra ideologica. Cinque le reti in campionato, due alle milanesi, con due assist. Nonostante uno schieramento tattico non esattamente esaltante, anche per la difficile coesistenza forzata da Antonio Conte, la prima stagione del belga ha mostrato acuti che bastano a confermarne l’utilità per una squadra impoveritasi tremendamente sul piano tecnico sin dall’addio di Kvaratskhelia. Su tutte, spiccano le prestazioni incoraggianti fornite contro Udinese e Sporting Lisbona, corroborate da tre splendidi assist sempre in favore di Rasmus Hojlund. Ma con Massimiliano Allegri la sua posizione tecnico-tattica è realmente cambiata?
De Bruyne è vittima di Allegri
L’allenatore italiano, reduce dal più grande suicidio sportivo degli ultimi tempi in Italia avendo bruciato ben nove punti in dieci partite sul quinto posto nella stagione passata, viene presentato dalla stampa amica come grande gestore di spogliatoi e campioni. Il brillante ingresso contro il Genoa (che si svelerà essere una delle squadre più in difficoltà di questo avvio), fa ben sperare i tifosi azzurri. All’insorgere delle difficoltà, il belga prende per mano la squadra e cerca di predicare nel deserto concettuale che si trova davanti. Indovina un tracciante da sogno per pareggiare la sciagurata partita contro l’Arsenal, ma viene vanificato dalla povertà tecnica di un attaccante risaputamente inadeguato che continua ad essere schierato in campo nella stessa frazione di gioco, indipendentemente dal risultato. Cambi preimpostati come nei videogiochi? Gli stessi che non lo fanno rifiatare, benché il Napoli abbia la fortuna di avere un co-titolare di valore come Vergara. È leader indomito nel secondo tempo della partita contro il Bologna, nella sua accezione più anarchica e dominante, ma resta in campo fino agli sgoccioli della gara. Poi, dopo 270 minuti in neanche 10 giorni, alla veneranda età di 35 anni manca di lucidità e sbaglia il rinvio da cui nascerà il fortunoso gol del pareggio viola nella partita del Franchi. Ma davvero?
Un trentacinquenne non può giocarle tutte?
P.s.: nella stessa partita ha giocato la stessa palla della gara contro l’Arsenal. Difficile valorizzare un giocatore dalla così spiccata visione di gioco se si schierano calciatori incapaci anche solo di interpretare un banale attacco al secondo palo.





