In Champions gioca un altro Napoli. Ma è ancora in gioco…
Oramai è più di una sensazione; è una tendenza. Sembra farsi calcolatore, accettando l’idea che sia la prossima a decidere le sorti della qualificazione; e quasi mai, se non nella ripresa col Qarabag, ha dato l’impressione di spingere forte sull’acceleratore.
Se mi fossi risvegliato da un coma durato un mese, da dopo, cioè, la sconfitta col Bologna, avrei pensato che da quella crisi di identità – che fece sbottare Conte – non ne saremmo usciti.
E invece il Napoli post Bologna è svoltato. Cambiando faccia e interpreti, sistema di gioco e ritmo, raddrizzando subito una stagione che rischiava di piegarsi in maniera ineluttabile.
Fino a ieri sera. Dove è sembrato tornare in campo quel gruppo timoroso e forse un po’ menefreghista che ha accompagnato l’andamento deludente in Champions (e terribile fuori casa).
Una partita sotto tono la si può mettere in conto. È la logica del calcio moderno, dove la gestione delle forze e delle energie mentali conta quanto e più della tattica.
Ancor più con una rosa che oggi, in mediana, è ridotta all’osso. E che dunque non ammette, in una gestione del minutaggio sempre più granitica da parte di Conte, variazioni.
Conte, allenatore spaziale e conoscitore di calcio puro – quello che si governa solleticando l’istinto e la fame – sembra non volersi arrendere all’idea di fare rotazioni nell’undici titolare.
È un suo retaggio, forse culturale (per certi versi ricorda Sarri), che oramai è talmente palese da doversi ritenere fatto acclarato.
E allora perde anche senso la discussione su chi poteva o doveva riposare. Non sarebbe successo, in ogni caso. E, se si vuole, questo limite di Conte è fatto notorio.
Ma, d’altra parte, a Conte si è contestato anche qualche gestione più cospicua di turnover e rotazioni (quando poteva); lui che ha dovuto confrontarsi spesso con l’etichetta del poco avvezzo alle competizioni europee.
Ed è secondo me difficile ricondurre all’una o all’altra tendenza la sola responsabilità di un simile passo falso, arrivato dopo settimane in cui il Napoli è parso tra le più in forma nei top 5 campionati europei.
Forse, a non incidere sul piano motivazionale è una formula, quella di questa Champions, che ti tiene dentro anche se non fai un punto in nessuna trasferta. E che, inconsciamente, su una rosa che inevitabilmente fa calcoli e deve gestirsi, fa sorgere quel meccanismo mentale per cui è sempre la prossima la partita decisiva.
Magari, con qualche innesto del mercato o dall’infermeria.
Sta di fatto che Udine sarà l’ennesimo crocevia della stagione. Perché un Napoli in difficoltà come quello del Da Luz getterebbe discredito su un percorso di forte risalita coinciso con il cambio modulo e le tante vittorie di novembre e dicembre.
Un Napoli invece di nuovo corsaro confermerebbe auspici da vertici. Rimandando il redde rationem europeo ad un gennaio di fuoco, con una trasferta decisiva in Danimarca, che non ammetterà altri esiti.






