A voler seguire una traccia nel mercato del Napoli di quest’estate, si rischierebbe di dire tutto e niente, di cadere nella magniloquenza o peggio ancora nell’insipienza.
Perché mai come questa volta, c’è una rosa di nomi ristretta, un margine di trattativa labile e una scelta quasi sempre portata a termine.
Obiettivi chiari e tempi stretti
Sembrano un lontano ricordo le estati passate a inseguire i piani A, i piani B o i piani C; l’operato di Giovanni Manna, criticato con acume sofisticato – e malcelata malafede – sul tema delle mancate cessioni (nessuno ricorda che il prestito oneroso è la via più diretta per abbattere il costo del cartellino di un calciatore in uscita), è rivoluzionario.
I profili individuati, pochi, benedetti e subito; zero telenovele, squadra pressoché completa già a Dimaro, successo una sola volta nella storia del Napoli di ADL (l’anno dei 91 punti con Sarri e del patto scudetto).
Se alla fine deciderà di affondare, cedendo alla strategia del temporeggiatore per eccellenza, Giovanni Sartori, per Dan Ndoye, il Napoli avrebbe concluso il mercato dei titolari con un mese di anticipo rispetto all’inizio del campionato.
Questa strategia ci racconta un cambiamento metodologico importante; ADL, Conte e Manna hanno colto la necessità strategica del posizionarsi un passo avanti.
Certo, la grana aiuta: ed il Napoli, anche grazie al criticatissimo attendismo di ieri, oggi si siede a tutti i tavoli d’Europa con i gradi di chipleader. Se vuole, si fa alle sue condizioni; al massimo, ci si viene incontro sulle modalità di pagamento, ma con la volontà di tanti calciatori di venire a Napoli ad ogni costo, l’esito positivo della trattativa sembra inevitabile.
Perché questa rivoluzione copernicana? È darwinismo puro; la stagione post scudetto del 23 resterà incastonata nella storia ad imperitura memoria. Gli eventi non si inseguono, la storia si ha la possibilità di indirizzarla se non di determinarla; a patto che ci si faccia trovare pronti.
E la prossima stagione, con il primo approccio non solo di Conte ma anche dello zoccolo duro della rosa con la nuova Champions, che salvo cataclismi consterà di 10 match in più, in un calendario densissimo di impegni concitati, ha imposto un cambio di passo.
Conte ha chiesto due giocatori per ogni ruolo
Servono due squadre; 22 giocatori che possano giocare indifferentemente le due competizioni senza abbassare il livello della rosa. Partendo anche dal portiere, dove l’arrivo di Milinkovic Savic fa storcere il naso a molti.
L’anno scorso, con una sola competizione, ha dimostrato quanto vitale sia avere anche un solo uomo in più in un reparto; perché, e questa è una delle grandi lezioni contiane, il calcio è sangue e merda. E dunque infortuni, squalifiche, assenze inaspettate. Che spesso si accumulano, quasi a voler sollecitare un riflesso condizionato alla sfiga. Se passi per quelle forche caudine, non ci sono corazzate che tengano.
E allora, nel restyling della squadra, nell’irrobustimento di ogni reparto, i Marianucci e i Miretti conteranno quando Gilmour e Raspadori hanno contato l’anno scorso; tanto, perché nei momenti di bisogno, hanno convertito le tossine in energia positiva.
Ci sarà anche da tagliare qualche ramo: Mazzocchi e Simeone, oltre ai soliti partenti agostani Zerbin e Zanoli, sembrano i più indiziati.
Insomma, è un mercato lineare, da top team. E chissà che non ci sia spazio per qualche sorpresina finale, quella sborsata che ADL si è sempre riservato per metà agosto e che magari potrebbe gettare nell’ulteriore panico l’asse Milano-Torino.






