Il torneo ATP 250, inizialmente previsto a Belgrado dal 2 all’8 novembre, si giocherà invece ad Atene, sui campi dell’OAKA Arena. Una decisione in apparenza marginale, vista la collocazione a ridosso delle ATP Finals e l’assenza dei big, ma che assume un significato politico e personale.
I rapporti con la politica serba
La famiglia Djokovic, proprietaria del torneo, ha motivato la scelta con le difficoltà organizzative a Belgrado. Dal novembre 2024, infatti, la Serbia è attraversata da proteste seguite al crollo di una tettoia a Novi Sad, che ha causato 16 vittime e acceso il malcontento contro il governo di Aleksandar Vucic.
Djokovic, storicamente vicino al nazionalismo serbo e allo stesso Vucic, ha espresso sostegno agli studenti in piazza, incrinando i rapporti con il presidente. Il suo nome è stato oscurato dai media filogovernativi e ha subito accuse pretestuose, come presunte origini kosovare.

L’ipotesi Grecia e i legami religiosi
Secondo fonti greche, Djokovic avrebbe discusso il trasferimento del torneo già a giugno con il premier Kyriakos Mitsotakis. I due si sarebbero poi rivisti ad agosto al santuario ortodosso di Tinos, luogo simbolico per greci e serbi.
Tra le ipotesi, anche un possibile spostamento di residenza in Grecia, favorita dal “visto d’oro” per investitori extra-UE. Tuttavia, Djokovic vive già a Montecarlo, meta fiscale privilegiata dei tennisti, quindi le motivazioni potrebbero essere più politiche che economiche.
Tra mito sportivo e possibile futuro politico
Il campione serbo ha portato il sostegno alle proteste anche a Wimbledon e sugli spalti del derby di basket di Belgrado, con gesti e slogan in favore degli studenti. Alcuni vedono in questa esposizione una spinta verso un futuro politico, sebbene le sue posizioni siano complesse e a volte contraddittorie, oscillando tra patriottismo, spiritualità e nostalgia jugoslava.
Il trasferimento dell’ATP 250 ad Atene è così il risultato di un intreccio di sport, politica interna e relazioni internazionali. Un segnale forte in un momento delicato per la Serbia e per l’immagine di Djokovic, che resta un’icona capace di influenzare tanto il tennis quanto il dibattito pubblico.
Alcuni osservatori in Serbia ipotizzano che il suo impegno pubblico e l’appoggio alle proteste possano preludere a un futuro ingresso in politica. Non sarebbe la prima celebrità nazionale a farlo, e la sua popolarità lo renderebbe un candidato immediatamente competitivo. Resta però il dubbio se Djokovic possieda la struttura politica e la chiarezza di intenti necessarie per affrontare il complesso scenario serbo.
Vedremo come si evolverà la situazione.






