Premessa: articolo da leggere con in sottofondo la canzone “A far l’amore comincia tu” di Raffaella Carrà nella versione remix di Bob Sinclair
Miseria e Nobiltà
Ci sono presidenti e Presidenti.
Ci sono presidenti che per acquistare un giocatore, o per aumentare l’offerta d’acquisto in una trattativa, devono chiedere il permesso al proprietario che, per inciso, spesso è un fondo. Andateci voi a chiedere il permesso a un fondo! I fondi sono un po’ come le idee, non hanno carne viva dietro la loro maschera (chi coglierà questa citazione è una bella persona), chissà a quante porte bisogna bussare, quante volte si viene rimbalzati di nome in nome. Quanti rifiuti travestiti da “le faremo sapere”.
Il principe di Casador
Ce lo immaginiamo Marotta che va negli uffici di Oaktree a bussare e a sentirsi dire:
“No, guardi, non siamo noi ad occuparci delle società di calcio, noi siamo del ramo tecnologia ed armamenti“,
oppure
“Sì, qui è il reparto rilevamento di società sportive con forte debito, ma per l’acquisto di giocatori stranieri deve andare al terzo piano, ufficio B,
o ancora
“No guardi questo è il reparto under 25, per Lookman deve andare all’ufficio C, come Coppa d’Africa”.
Ed ecco Marotta che si precipita, nel vestito migliore, dietro questa o quell’altra porta, millantando soldi e galloni di nobiltà che sono ormai andati perduti chissà dove, probabilmente in qualche scatola cinese con sede in qualche isola esotica.
E immaginiamo anche la pletora di mass media genuflessi che provano a tirare la volata alla beneamata indebitata, al grido di “Lookman vuole solo l’Inter“. Inutile fare i nomi. Li conoscete già. Non meritano più di due righe e mezzo in quest’articolo.
Ecco, questo succede quando devi fare il presidente con i soldi degli altri.
De Laurentiis: un nuovo Jep Gambardella
Poi ci sono i Presidenti come De Laurentiis, quelli che fanno impresa, che hanno messo del denaro proprio, lo hanno moltiplicato, lo hanno reinvestito e, se vogliono, possono permettersi azioni di disturbo da dietro la porta del mercato. Sì, quella stessa porta dove alcuni giullari di corte avevano fatto dell’umorismo di bassa lega, prima di essere zittiti da uno scudetto che ha il sapore del rovesciamento delle gerarchie.
Ci sono presidenti che si spacciano per principi e altri che, seguendo i princìpi, etici e contabili, lo sono per davvero.
E non importa nemmeno che sia vera questa azione di disturbo – anzi, noi propendiamo più per il no – perché quel che conta è la narrazione: e già il fatto che il Napoli sia visto come il club che, se vuole, con il potere dei soldi e della solidità finanziaria, può mettere i bastoni tra le ruote ad una delle big d’Italia è un chiaro segno di quanto i tempi siano cambiati, così come è cambiata la rappresentazione di Napoli, passata dalla commedia classica di Scarpetta e Totò ai film ermetici di Sorrentino.
Perché, diciamocelo chiaramente, mentre lì, nella ex Milano da bere, si affannano a infilarsi gli spaghetti in tasca, qui, nella Napoli moderna c’è chi come Aurelio De Laurentiis, da vero Presidente, non solo ha i soldi per partecipare alle feste, ma ha anche il potere, se vuole, di farle fallire.






