Porto-Napoli: arriva una gara dura
Ci sono partite che si giocano con il pallone e partite che si giocano con la testa. Quella di questa sera, allo stadio del Porto, rischia di appartenere alla seconda categoria. Il Napoli arriva in terra lusitana in condizioni psicofisiche a dir poco precarie: l’infermeria è un bollettino di guerra, e Allegri potrà contare su appena quattordici giocatori di movimento, completati da un nutrito gruppo di giovani della Primavera. Ragazzi che meritano tutto il rispetto possibile, ma che difficilmente possono essere la soluzione ai problemi di una squadra che in Europa vorrebbe dire la sua.
Dopo la conferenza stampa di presentazione, però, la sensazione è stata un’altra, e va detta con franchezza: la Champions sembra vissuta più come un fastidio che come un’opportunità. Non è una colpa da gettare in faccia a nessuno, perché le assenze pesano e la stanchezza è reale. Ma c’è una differenza tra l’essere realisti e il sembrare già rassegnati. E il modo in cui è stata impostata la vigilia ha lasciato più di un dubbio.
Il motivo, del resto, è sotto gli occhi di tutti. Domenica al Maradona arriverà una Lazio in grande forma, una partita che per classifica e morale pesa quanto, se non più, della trasferta portoghese. Inconsciamente, i giocatori hanno paura di farsi male. Sanno che l’organico è ridotto all’osso, sanno che molti di loro dovranno spingersi fino al novantesimo, senza cambi e senza respiro. E quando un calciatore entra in campo con il freno a mano tirato, per quanto involontario, il rischio è che quel freno non si allenti mai.
Dall’altra parte c’è un Porto che di punti, in questa Champions, ne ha zero. Per i portoghesi questa è la partita della svolta: senza una vittoria, l’accesso ai playoff diventa un miraggio. Giocheranno in casa, davanti al proprio pubblico, con il coltello tra i denti e la fame di chi non ha più margini. Ed è qui che il confronto fa quasi male: da una parte chi ha tutto da guadagnare e nulla da perdere, dall’altra chi sembra interessato soprattutto a non perdere nulla.
Ieri, infatti, il tecnico ha già lasciato intendere che la gara decisiva non sarà questa, ma le tre che verranno, contro Viking, Brugge e Sabah. Una scelta di sincerità che si può anche comprendere sul piano della gestione delle risorse, ma che sul piano psicologico rischia di apparire come una rinuncia preventiva. Dire a una squadra che la partita di stasera conta meno delle altre non è il miglior modo per accenderla.
Sul campo, Allegri sarà costretto a ripiegare su un 3-5-2 di necessità, adattando alcuni calciatori in ruoli non loro. Sarà con ogni probabilità una gara quasi interamente difensiva, fatta di compattezza, di linee strette e di sofferenza, per cercare di arginare le sfuriate di un Porto che proverà a travolgere gli avversari fin dai primi minuti. Non sarà spettacolo, ma a volte la sopravvivenza è l’unica strategia possibile.
Eppure, c’è un aspetto che va oltre la tattica e la classifica. Ci sono tifosi che hanno attraversato l’Europa per essere lì, spendendo tempo, soldi e passione per una squadra che, nonostante tutto, non vogliono lasciare sola. A loro il Napoli deve rispetto. Non pretendiamo l’impresa, ma pretendiamo l’anima: limitare i danni, sì, ma farlo con dignità, lottando su ogni pallone, senza sembrare spettatori della propria partita.
Può sembrare utopia, lo sappiamo. Chiedere a dei calciatori di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di non pensare troppo a domenica, quando il corpo è stanco e la testa è altrove, è chiedere molto. Il cuore vorrebbe una cosa, il cervello ne vuole un’altra, e quasi sempre vince il cervello. Ma è proprio nelle serate come questa che si misura la differenza tra una squadra e un gruppo di professionisti. Stasera, a Oporto, il Napoli ha l’occasione di dimostrare di essere la prima.




