Napoli non dimenticarti di quanto sei grande
2500 anni di storia, personalità capaci di condizionare l’intera civiltà contemporanea, una tradizione sportiva sterminata e comprendente decine e decine di ambiti.
Può Napoli ridursi all’adorazione di una figura, mendicandone la compassione? La risposta, chiaramente, è no. Proviamo a spiegarla in termini più precisi.
Napoli era già grande: nessuno l’ha resa grande
Graecia capta ferum victorem cepit, et artes intulit agresti Latio.
Citando Orazio, storico romano che definì la vittoria culturale dei Greci sui conquistatori Romani tanto da asservirli intellettualmente, possiamo fedelmente ricostruire la storia di una cittadina che da sempre porta con sé gli ideali e i valori dei suoi fondatori. Mai realmente sottomessa al potere imperiale, Napoli continuò a splendere e si eresse a capitale dell’Otium, tanto da adottare svariati personaggi illustri (da Virgilio a Lucullo) e a essere formalmente l’ultimo baluardo dell’Ellenismo. Più avanti nel tempo, quasi 600 anni da Capitale. Visionaria e solida nell’identità, seppe fare beneficio dello scambio culturale continuo e si contraddistinse per primati sempiterni, dalla prima cattedra universitaria d’economia al mondo alle opere di Filangieri, dalle quali prenderà spunto la Costituzione degli Stati Uniti. Simbolo della libertà intellettuale, la città partenopea fu oggetto del più grande esperimento democratico che la storia ricordi, La Repubblica Napoletana. Poi l’unità d’Italia, avvenuta quando Roma e Londra non s’avvicinavano neppure unendosi ai 400000 abitanti che rendevano la capitale borbonica una Megalopoli a tutti gli effetti.
Unità nazionale che non ha turbato il modus pensandi d’una città in grado di definire una cultura a sé stante, di non piegarsi dinanzi alle inclinazioni malate della storia, di cacciare a calci nel sedere i nazisti che stavano terrorizzando l’Europa in quattro leggendarie giornate con le diavolerie dei suoi eterni scugnizzi.
Napoli: ora parliamo di calcio
Mi perdonerete l’excursus storico-filosofico, ma è doveroso contestualizzare il concetto base dell’elaborato. Sin dall’arrivo del calcio nella cittadina e dalla scelta audace del simbolo – il leggendario Corsiero del Sole, incaricato di trainare nientemeno che il carro del Dio Apollo -, l’obiettivo dichiarato è la grandezza. L’amore della folla, tanto biasimata, porta alla prima grande rivoluzione della comunicazione nella storia del calcio italiano. Lazio e Napoli si giocano lo spareggio per la massima serie a San Siro, con gli azzurri in maglia rosso Puteolana per scaramanzia. La Galleria Umberto, gremita, attende aggiornamenti che prontamente Felice Scandone, direttore del Mezzogiorno Sportivo, offre con il
suo megafono e “inventa” la radiocronaca calcistica per un pareggio che convinse la FIGC ad ammettere ambedue le squadre.
Una simbiosi con la sua gente imperturbabile, lunga 100 anni colmi di tentativi di riscatto parallelo alle battaglie vissute dai suoi tifosi nella vita di tutti i giorni. Il Napoli ha infatti rotto per ben tre volte il record mondiale per l’acquisto più oneroso della storia: nel 1952 ben 105 milioni di lire per assicurarsi lo svedese Jeppson, nel 1975 fu la volta di “mister due miliardi” Savoldi, nel 1984 i 13 miliardi e mezzo di lire per portare a Napoli il più grande giocatore di sempre. Acquisti che fecero dannare una stampa pregna di antimeridionalismo spicciolo, per rendere il Napoli degno della sua storia, della sua gente. Una Coppa Italia vinta dalla B nel 1962, una Coppa delle Coppe scippata dall’arbitro alcolizzato Matthewson nel 1977 e la splendida rivoluzione di Vinicio: questo e tanto altro in 100 anni di storia.
Perché il Napoli è lo specchio della sua città, della sua gente. Nella sua quotidianità, nel modo in cui si respira tra i vicoli. Da sempre.
Diffidate da chi si autodefinisce salvatore.
Perché Napoli, da sempre, si salva da sola. Chiedetelo ai nazisti.






