Il Napoli non esiste più: quell’identità innovativa, costruita con sacrificio e fermezza, e è stata stuprata nel nome di una visione tossica del concetto di vittoria.
Aurelio De Laurentiis non crede più in sé stesso. Lo raccontano le sue scelte dal post Spalletti Giuntoli in poi.
Scrivere la storia con tutti contro, percependo disprezzo, logora. Una condizione che ti fa debole, solo. Fragile.
E quando sei fragile ti ritrovi a rincorrere il consenso. O a percorrere scorciatoie. O affidarti a curriculum zeppi, senza però tenere conto dei contesti in cui sono stati prodotti.
Quando sei fragile cerchi conferme. L’assunzione di responsabilità diventa un peso enorme.
Un sacrificio che vorresti evitare ad ogni costo. E il costo in questo caso è stato di circa 400 milioni freschi sonanti. Peccato averli avuti a disposizione. Sarebbe stato preferibile vivere nel rimorso, piuttosto che essere sicuri di aver fatto la scelta peggiore possibile.
Dopo lo scudetto, per convincerlo a restare, De Laurentiis ha messo sul tavolo un bazooka. A Conte sono brillati gli occhi. Ha bloccato immediatamente Elkann su whatsapp, poi, con delicatezza, ha impugnato il giocattolo tanto desiderato, ha preso la mira e aperto il fuoco. Ma nella direzione sbagliata, porca la miseria.
Nove colpi nove. Nel giro di 15 giorni, i primi del mercato estivo. Sufficienti per radere al suolo un club che ha accumulato storia e ricchezza attraverso competenza e lungimiranza.
Il Napoli di oggi è figlio di decisioni sbagliate prese con la paura addosso e sotto consiglio di chi vedeva il club l’ideale per rilanciarsi.
Scelte rese ancora più pericolose dall’entusiasmo di una piazza che campa di equazioni semplici tipo “se spendi, vinci” o “nel calcio contano i risultati”. La fiera della banalità, insomma.
Un clima che ha anestetizzato la ragione e fatto prevalere un istinto dopato da insicurezza decisionale.
Chi vive il presente non può avere un quadro chiaro della situazione. È pacifico. Si può giudicare l’immediato. E l’immediato racconta di una squadra che non sa essere squadra. Di una rosa che da 2 anni cerca invano una linea guida tattica da sviluppare con costanza, nonostante ingaggi di allenatori che in Italia vengono riconosciuti come vincenti.
Ma questa stagione, così come è stata impostata, potrebbe anche essere il primo passo, necessario e doloroso, per ripartire da zero. Tra l’altro, siamo al decimo funerale in venti anni per la gestione De Laurentiis. E visto l’esito degli ultimi nove, l’ipotesi che ancora non sia finita non può essere accantonata.
