Uno contro quattro
La fotografia più nitida della vigilia di Inter-Napoli non riguarda il blasone, gli stadi o i fatturati, ma gli uomini. Anzi, un uomo solo. La solitudine del numero nove biondo dagli occhi azzurri è la sintesi tecnica dello scontro diretto che può spingere l’Inter a +7 o riportare il Napoli a -1. Antonio Conte arriva a San Siro con una sola certezza offensiva: Rasmus Højlund. Tutto il resto è contorno fragile, se non assenza pura.
Lukaku è fermo da agosto, Lucca è in uscita dopo un girone mai realmente convincente, Neres – l’unico vero partner del danese – è in forte dubbio per la caviglia sinistra. Il Napoli prepara la partita più importante della stagione con un attacco ridotto all’osso. Unico esemplare disponibile, senza possibilità di rotazione.
L’abbondanza dell’Inter
Dall’altra parte, Cristian Chivu vive l’esatto opposto. Il suo 3-5-2 può essere composto scegliendo tra Lautaro, Thuram, Bonny e Pio Esposito. Quattro opzioni per due maglie. E, soprattutto, correttivi pronti in corsa. Anche una scelta iniziale sbagliata può essere raddrizzata.
I numeri spiegano tutto: a parità di gol subiti (15), l’Inter ha segnato 40 reti contro le 28 del Napoli. Il miglior attacco del campionato contro il terzo. E se l’Inter ha saputo vincere anche senza Thuram per un mese, trovando risposte da Bonny, Esposito e dai centrocampisti, il Napoli non ha mai potuto prescindere da Højlund.
Lautaro è tornato nella sua versione migliore: 10 gol in Serie A, 14 stagionali. Attorno a lui producono Calhanoglu, Dimarco e Zielinski. Un sistema che moltiplica le soluzioni.
Il peso delle assenze
Il Napoli, invece, paga mesi di emergenza. Dal 22 novembre Conte lavora con due soli centrocampisti contati – Lobotka e McTominay – senza De Bruyne e Anguissa. In attacco, Højlund è costretto a giocare sempre, perché non esistono alternative credibili.
I suoi 6 gol in campionato equivalgono alla somma dei secondi marcatori dell’Inter. Dietro di lui, nella classifica interna, ci sono giocatori fermi da ottobre e novembre. Un’anomalia che racconta più di mille parole la stagione azzurra.
McTominay e Neres, teorici frontman offensivi, hanno segnato appena 3 reti. Lang e Lucca ancora meno. Per un Napoli che resta competitivo per spirito e organizzazione, ma che arriva a San Siro nelle peggiori condizioni possibili.
Il simbolo finale
C’è anche un dettaglio simbolico che chiude il cerchio. L’attaccante esordiente dell’Inter è Pio Esposito, predestinato. Quello del Napoli è Ambrosino, talento mai realmente utilizzato e ora vicino alla cessione al Venezia. Giocavano insieme nelle giovanili azzurre, Under 20 e Under 21. Oggi rappresentano due mondi diversi.
L’Inter tira di più, meglio e con un xG superiore, pur avendo una percentuale di conversione simile. Segno che la differenza non è l’efficacia, ma la quantità e la qualità delle occasioni create.
Quattro contro uno. A San Siro, il gap non sarà invisibile.
Fonte: CDS






