La formula scelta dalla Gazzetta — “The winner is” — può sembrare un richiamo a un premio già scritto, magari prevedibile. E invece no. Perché la squadra che si prende il titolo di Squadra dell’Anno è il risultato di un equilibrio raro: una fusione tra passato e futuro, tra un’eredità ingombrante e un progetto che sembrava essersi sfilacciato nel giro di dodici mesi. Dopo lo scudetto del 2023, il Napoli ha attraversato un anno di smarrimento: identità perduta, guida tecnica ballerina, ambizioni evaporate. Poi, in un attimo che però attimo non è, perché dietro c’è lavoro e visione, il progetto è ripartito.
La “New Era” voluta da Aurelio De Laurentiis e affidata ad Antonio Conte, con Giovanni Manna a supervisionare la costruzione della squadra, ha riaperto un ciclo che molti davano per morto. Il 2025 non è ancora finito, ma ha già consegnato alla storia un Napoli capace di trasformarsi, guarire e risalire. La squadra che vince lo scudetto dopo un lungo duello con l’Inter non è solo una buona formazione: è una squadra che ha maturato carattere, disciplina, compattezza. Quel mix di ostinazione e ferocia agonistica che a Napoli chiamano, con un termine intraducibile, cazzimma.
La rinascita dalle ceneri
Per comprendere la portata di questa stagione basta guardare indietro. Il Napoli del 2004 era fallito. Il Napoli dal 2010 in poi ha imparato a frequentare stabilmente l’Europa, vincere trofei, costruire valore. Ma il 2025 riscrive il racconto recente: due titoli in poco tempo, un’identità forte, un club che continua a coniugare risultati sportivi ed equilibrio finanziario. Non un dettaglio: un marchio di fabbrica.
La squadra di Conte è dura, resiliente, costruita per soffrire, ripartire e colpire. Il talento c’è, ma è funzionale alla struttura. Ed è proprio quella struttura a far emergere i protagonisti.
I volti dell’impresa
Scott McTominay è l’emblema della scommessa vinta. Dodici gol, impatto totale, leadership da veterano. Pagato trenta milioni: cifra importante, ma non folle nel mercato contemporaneo. Meret è l’altro simbolo: stagione quasi perfetta, pochi errori, molti interventi decisivi. La fase difensiva trova equilibri che compensano un attacco meno brillante del solito, ma comunque sostenuto dai quattordici gol di Lukaku.
E poi c’è la gestione delle difficoltà: l’addio di Kvaratskhelia a gennaio avrebbe potuto far crollare il castello. Invece il Napoli incassa ottanta milioni dal PSG, sistema il bilancio e continua a vincere con ciò che ha: i guizzi di Neres, il lavoro oscuro di Anguissa, la solidità di Rrahmani, Politano, Di Lorenzo, Olivera, la regia mai banale di Lobotka. E il gol di Billing all’88’ contro l’Inter, che pesa sulla bilancia come un diamante.
L’equilibrio che fa la differenza
La forza del Napoli non è solo tecnica: è sistemica. È la capacità del club, plasmato in ventun anni di gestione De Laurentiis, di restare competitivo senza snaturarsi. Un modello che unisce sentimento e matematica, passione e gestione. Un equilibrio finanziario tanto solido da fare scuola.
Settantamilioni di tifosi nel mondo hanno assistito alla celebrazione sul Lungomare Caracciolo: una sfilata che sancisce una nuova Belle Époque napoletana.
E allora sì: the winner is il Napoli. Perché ha vinto dove conta: sul campo, nella testa e nella costruzione del futuro.
Fonte: Gazzetta






