Un presidente per passione (e un po’ per ego)
«Anche stamattina mi ha chiamato un presidente e mi ha detto: “Ma tu sei un santo, chi te lo fa fare?”».
Ezio Simonelli sorride, rilassato nel suo studio a due passi dalla vecchia sede del Milan. «La passione, è questa la motivazione principale che mi ha spinto ad accettare la candidatura alla presidenza della Lega Serie A. Ho avuto una vita soddisfacente, e se è vero che i risultati arrivano dal lavoro, posso dire che nel mio caso è stato così: tanto lavoro e, inevitabilmente, qualche risultato. La presidenza della Lega rappresenta molto per me: è la sublimazione di una passione e, certamente, anche del mio ego». Ride, compiaciuto.
Tutto cominciò nel 1982
Il suo legame con il calcio risale a oltre quarant’anni fa: «Nel 1982 ci fu un contenzioso fiscale tra FIGC e Stato per i premi Mondiali. Ero un giovane praticante nello studio del commercialista dell’Inter. Presentammo la linea difensiva alla Federazione, guidata da Sordillo. I calciatori che si affidarono a me vinsero la causa. Gli altri persero».
I primi sei mesi da presidente
«Positivamente», dice Simonelli. «Mi avevano descritto un’assemblea litigiosa, ma finora ho trovato compattezza. Tutti remiamo nella stessa direzione». Nessuna voce fuori dal coro? «Per ora no. Ma quando si parlerà di soldi, forse il clima cambierà».
Come ha conquistato chi non lo voleva
«Non ho detto che sarei stato “il presidente di tutti” — una frase fatta. Ho detto che sarei stato un presidente che ascolta tutti. Mi riconosco buon senso e capacità di ascolto. Dopo dieci anni da console del Canada, la diplomazia mi è naturale».
La diplomazia conta anche nel calcio
«Certo. Ricordo quando Berlusconi chiamò Putin da Villa Certosa per risolvere una crisi. Io, più modestamente, cerco di evitare guerre di sistema mantenendo rapporti con presidenti, leghe e istituzioni».
Le vere urgenze del calcio italiano
«Prima di tutto gli stadi. È una vera emergenza nazionale. A volte dico per scherzo: meno male che non siamo grandi bevitori di birra, sennò andare in bagno sarebbe un dramma. Ma c’è poco da ridere: bisogna intervenire, anche in vista di Euro 2032».
Fisco e pirateria: due battaglie decisive
«Dobbiamo investire nei vivai e servono agevolazioni fiscali. E poi c’è la pirateria, la madre di tutte le battaglie. Ogni anno lo sport perde 350 milioni. E chi guarda partite illegalmente, ruba. È un ladro. Serve un cambio culturale».
La sostenibilità economica dei club
«Il problema esiste in tutta Europa. Ma stiamo varando un provvedimento con la FIGC. È il momento di intervenire con serietà».
Con Gravina è finita la guerra fredda?
«Sì. Alla mia elezione dissi: litigarsi con la FIGC è come se un’azienda quotata litigasse con la Consob. Inutile».
La Serie A tiene in piedi tutto. Ma…
«Ha solo il 18% di rappresentanza. Uno squilibrio, ma compensato dalla qualità del rapporto. La FIGC ci ha permesso di organizzare Milan–Como a Perth, in Australia. Anche Infantino mi ha ascoltato con attenzione. Speriamo si possa fare».
Troppi stranieri? Dipende dalla qualità
«Non è una questione di numeri. Sono arrivati Modric, De Bruyne, Noa Lang, David. Campioni che servono a vendere il prodotto all’estero. Il Decreto Crescita aiutava, ma anche senza di esso, il flusso non si è interrotto».
La Nazionale vista da Simonelli
«Con apprensione, ma anche con fiducia. Gattuso ha le qualità per guidarla. Non qualificarsi sarebbe una catastrofe».
Un campionato equilibrato come pochi
«Anche senza le grandi stelle di un tempo, la Serie A è la più interessante in Europa. In sei anni, quattro vincitori diversi. Nessun’altra lega offre tanta incertezza».
Il calcio deve tornare a parlare ai giovani
«Dobbiamo pensare al pubblico di domani. Le partite non possono iniziare alle 20:45. Meglio alle 20:00. E trovare un linguaggio che li coinvolga».
Due squadre nel cuore e una grande passione
«L’Italia del 1982 e il Milan di Sacchi. Sono un amante del bel gioco».
E mentre si congeda, lo aspetta un elicottero per la Sardegna. Nella sua casa in Costa Smeralda ha ospitato capi di Stato, celebrità, e oggi — dicono — anche uno sceicco. Anche quella, forse, è diplomazia.






