Negli ultimi anni la Premier League sta assistendo a un fenomeno sempre più diffuso: i calciatori scelgono di affidarsi a preparatori atletici privati per migliorare la propria condizione fisica, la velocità e le prestazioni complessive. Una tendenza che coinvolge nomi di primo piano come Rasmus Hojlund, attaccante del Manchester United, e che ha suscitato un acceso dibattito in Inghilterra.
Secondo un’inchiesta del Times, se da un lato alcuni giocatori traggono vantaggi concreti in termini di forza e rapidità, dall’altro non mancano i casi in cui i carichi di lavoro supplementari portano a infortuni gravi, con conseguenze pesanti per club e allenatori. La questione divide gli addetti ai lavori: opportunità di crescita o pericolosa sovrapposizione con i programmi ufficiali delle squadre?
Elanga, il caso simbolo del successo con il preparatore privato

Uno degli esempi più eclatanti è quello di Anthony Elanga, esterno svedese passato al Newcastle per 55 milioni di sterline. Cinque anni fa, il giocatore contattò Tom Joyce, un ex atleta diventato preparatore atletico, con un obiettivo preciso: diventare uno dei calciatori più veloci al mondo.
Attraverso allenamenti mirati, sessioni esplosive e lavori specifici sulla tecnica di sprint, Elanga ha raggiunto traguardi notevoli: la scorsa stagione ha registrato la terza velocità massima in una partita di Premier League e ha fatto segnare un tempo di 10,93 secondi sui 100 metri. «Direi che sono il più veloce in Premier League», ha dichiarato con orgoglio.
Joyce, che allena anche giocatori del calibro di Disasi e James del Chelsea, oltre a Hojlund del Manchester United, difende il proprio approccio sottolineando come la priorità resti prevenire gli infortuni. «Tutti vogliono diventare più veloci, ma per me la prima cosa è mantenerli in forma, forti e resilienti», ha spiegato.
Quando gli infortuni pesano più dei benefici
- Non tutti, però, condividono l’entusiasmo per i preparatori privati. Paul Heckingbottom, tecnico del Preston North End, ha denunciato il caso di Daniel Jebbison, attaccante del Bournemouth in prestito, che ha riportato un serio infortunio alla caviglia durante una sessione esterna al club. Anche Freddie Woodman, oggi al Liverpool, avrebbe vissuto un’esperienza simile in passato.
Heckingbottom ha puntato il dito contro i preparatori che pubblicano costantemente i propri allenamenti sui social, più interessati alla visibilità che alla salute dei giocatori. «Sono felici di prendere i soldi, ma quando i calciatori si fanno male nelle loro sessioni non ci restituiscono nulla», ha dichiarato con durezza.
Altri esperti, come Dave Carolan, ex responsabile della performance di diversi club inglesi, invitano invece a trovare un equilibrio: collaborazione e comunicazione tra staff tecnico e allenatori privati, sul modello di quanto avvenuto con Erling Haaland al Borussia Dortmund, potrebbero trasformare una pratica rischiosa in una risorsa strategica.
Il Times conclude che, sebbene questi professionisti possano migliorare la resilienza e la flessibilità degli atleti, quasi tutti gli allenatori hanno una storia di un giocatore che si è fermato a causa di allenamenti extra. La Premier League, dunque, resta sospesa tra il desiderio di evoluzione e la paura che i preparatori privati diventino la causa di nuovi infortuni.






