L’ex tecnico azzurro ha sottolineato l’evoluzione del club e della città, evidenziando come Napoli stia vivendo una fase di grande visibilità e prestigio internazionale, tra risultati sportivi, passione dei tifosi e centralità mediatica.

Ottavio Bianchi su Napoli al centro del mondo
Ecco quanto dichiarato da Ottavio Bianchi: “L’arrivo a Napoli nel 1966? Avevo 22 anni e Napoli mi accolse con affetto. Sono felice che adesso sia al centro del mondo.
Come è Napoli ora? Finalmente al centro del mondo. È una città che ha attraversato periodi difficili e i napoletani sono stati bravi a superarli grazie al loro carattere e alla loro capacità di adattamento. Ricordo le mie due esperienze a Napoli, prima da calciatore e poi da allenatore.
Se passeggiavi nei vicoli dovevi fare molta attenzione e invece adesso quei luoghi sono frequentatissimi dai turisti, senza alcun problema. C’è stata una crescita straordinaria in tutti i campi, dalla cultura alla ristorazione. E poi c’è il calcio, la ciliegina sulla torta che mancava.
Le differenze tra la mia squadra e quella attuale? È cambiato il mondo, non una squadra o un allenatore. Cominciamo dallo staff tecnico. lo avevo un paio di collaboratori: nell’attuale team di un allenatore quanti ne contate? E poi le differenze su preparazione, infortuni e tempi di recupero, alimentazione. Ai tempi nostri mangiavamo cose che adesso sarebbero proibite. Infine, la conoscenza di altri mondi calcistici: adesso sai tutto di tutti, a qualsiasi latitudine, prima dovevi affidarti alle conoscenze e alle esperienze di qualche amico. E tutto migliorato, pensate ai record nell’atletica. Gli unici progressi non sono stati fatti nel calcio, visto che la Nazionale è rimasta fuori dagli ultimi due Mondiali.
L’evoluzione del Napoli è stata significativa, direi esaltante. Due scudetti in tre campionati testimoniano
l’apertura di un grande ciclo. E la squadra ha un vantaggio rispetto alle concorrenti.
Non ha cambiato l’organico e ha aggiunto calciatori. Quando si cambia vi possono essere rischi tattici e tecnici perché un giocatore ha bisogno di tempo per conoscere la nuova squadra e inserirsi. E un pericolo che il Napoli di Conte non corre, avendo riconfermato il gruppo che ha vinto il quarto scudetto.
La Champions in più? E allora? || Napoli sarà protagonista anche in
Europa perché si è attrezzato per essere competitivo. Certo, bisogna poi prendere atto della realtà del calcio italiano. Negli anni ’80 la serie A era il campionato top: da Maradona a
Platini, venivano tutti a giocare qui. Adesso l’ltalia si trova in quinta fascia dopo Inghilterra, Spagna, Francia e Germania.
De Bruyne? Chiariamo. Era un’altra epoca, la nostra epoca, quella in cui i calciatori chiudevano la carriera a 30 anni. Allora se ti rompevi il menisco dovevi restare fuori mesi e mesi, adesso torni in campo dopo venti giorni. Per non dire della rottura di un legamento: smettevi di giocare. La cura della preparazione e dell’alimentazione consentono a calciatori come De Bruyne di continuare ad esprimersi ai massimi livelli. Sta sicuramente dando un contributo importante anche nello spogliatoio da quando è arrivato.
I paragoni tra me e Conte? Mi spiace per Conte se hanno fatto questi paragoni… lo non sono abituato a giudicare un allenatore dal numero delle vittorie, che nel caso di Conte sono pure tante. Perché talvolta un insuccesso può essere causato da un dettaglio. Invece, quello che conta, almeno ai miei occhi, è il segno che si lascia in un club. E dovunque sia andato Conte ha dimostrato la sua serietà e la sua bravura, sostenute dal lavoro della società. Perché c’è poco da fare: puoi essere il migliore pilota al mondo ma se non hai l’auto giusta… L’esempio può essere la Ferrari, magari in grado di vincere un gran premio ma non il Mondiale. Invece, il Napoli è attrezzato per vincere il Mondiale, non solo la gara su un circuito. Con un pilota bravo.
La mia ultima panchina 23 anni fa a Firenze? Ma io a Firenze ero andato per fare un favore a Mario Sconcerti, il giornalista che aveva assunto un importante incarico dirigenziale nel club della sua città. Non era mia quella squadra. Ho fatto il dirigente là come a Napoli: seguivo tutto ma non i conti, pur avendo studiato ragioneria. Dal campo alla scrivania, questo è un passaggio che si vede meno in Italia ma non all’estero: penso alla carriera di un mio ex calciatore, Rudi Voeller, che ha fatto l’allenatore e il manager ai massimi livelli in
Germania.
Lo scudetto vinto nel 1987? Penso alla gente di Napoli. E alla maschera che fui obbligato a indossare, rendendomi più antipatico del solito, davanti ai calciatori affinché non si facessero contagiare da quell’entusiasmo. Non doveva calare di un millimetro la concentrazione all’interno dello spogliatoio e nessuno doveva festeggiare prima di tagliare il traguardo. Venti anni prima avevo vissuto a Napoli un’esperienza che mi aveva fatto riflettere. Grande presidente, grande allenatore, grandi calciatori, eppure non vincemmo nulla. Ecco, bastava poco per vedere sfumare quel successo e perciò avevo la faccia scura e facevo training autogeno.
Perché amavo Napoli moltissimo e per Napoli dovevamo centrare quell’obiettivo.
La maturità dei napoletani è da esempio. lo la storia del Napoli e dei suoi tifosi l’ho vissuta da vicino e perciò mi sono affezionato a loro e a questi luoghi. Noi non vincevamo e vedevamo le altre squadre fare passerella. Adesso le fa il Napoli e sono bellissime, come quella sul lungomare di via Caracciolo tre giorni dopo lo scudetto. Tutto questo è possibile con una struttura societaria solida, un tecnico e una squadra di prim’ordine. La forza del club è un aspetto fondamentale. lo non conosco la struttura dove si allena il Napoli ma ricordo che ai miei tempi c’era il problema di organizzare la partitella del mercoledì”.






