Una vetta che cambia gli equilibri
Il Napoli guarda tutti dall’alto. La vittoria sulla Juventus non solo consolida il primato, ma ridefinisce la mappa della Serie A. Ora il Milan è chiamato a rispondere, mentre la posizione di Allegri è sospesa tra necessità e incertezza. Se il tecnico non dovesse superare il Torino, il campionato rischierebbe di restringersi a un duello: Napoli-Inter, come un anno fa. La Roma ha perso contatto, il Bologna rallenta, il gruppo di testa si è assottigliato. Oggi la lotta scudetto sembra un affare per tre squadre, forse presto per due.
Il Torino, reduce da due sconfitte ma capace di battere Roma e Napoli, resta un ostacolo imprevedibile. I quattordici punti di divario non bastano a tranquillizzare Allegri, già alle prese con un ambiente che sente odore di declino. La partita di stasera dirà se la Juventus può ancora definirsi parte dell’élite o se la frattura è ormai irreversibile.
Il nuovo Napoli nasce dalla crisi
La svolta del Napoli arriva dalla sconfitta di Bologna dello scorso 9 novembre, quando Conte lasciò Castel Volturno per alcuni giorni in un gesto che somigliava a un auto-esonero temporaneo. Una decisione rischiosa, ma capace di generare una scossa. Al ritorno in campo, la squadra ha reagito come se davanti si fosse presentata una persona diversa. Da allora, il Napoli ha infilato cinque vittorie consecutive tra campionato e coppe.
La forza di questa rinascita sta nella capacità di trasformare gli infortuni in opportunità. Gli stop di De Bruyne, Anguissa, Gilmour e Lobotka hanno costretto Conte a ridisegnare il suo sistema. Il risultato è un Napoli più fluido, più veloce, più verticale. La sorpresa più grande? David Neres. Dato per marginale, è diventato l’uomo simbolo del nuovo ciclo.
La sua accelerazione su Koopmeiners e l’assist per Hojlund nell’1-0 contro la Juventus è l’istantanea perfetta della distanza tecnica attuale tra le due squadre. Neres è esploso proprio quando serviva, mentre l’olandese della Juve continua a oscillare confuso tra ruoli incompatibili.
Juventus smarrita e decisioni discutibili
Il primo tempo del Maradona ha raccontato una Juve in difficoltà, incapace di leggere i movimenti del Napoli, dominata in ritmo, intensità e idee. Eppure, nella ripresa qualcosa si è mosso: Yildiz ha trovato il gol dell’1-1 e ridato fiato alla squadra. Il problema è che pochi istanti dopo Spalletti lo ha richiamato in panchina. Una scelta che apre più interrogativi che risposte.
Con Vlahovic fuori causa e un gruppo privo di qualità e personalità, Yildiz è l’unico in grado di strappare la Juventus dal suo grigiore. Toglierlo sul risultato di parità in un big match appare quantomeno discutibile. Nessuno pretende paragoni con i grandi del passato, ma l’idea di privarsi del miglior giocatore disponibile a un quarto d’ora dalla fine sembra un errore concettuale, soprattutto perché pochi secondi dopo Hojlund ha segnato il definitivo 2-1.
Il risultato lascia la Juventus al settimo posto, fuori dall’Europa. Osservata dall’esterno, appare come una squadra rassegnata, prigioniera della propria decrescita.
Roma e Bologna, ambizioni frenate
Il turno ha fatto emergere anche il rallentamento delle inseguitrici. La Roma incassa la seconda sconfitta consecutiva, e anche se l’espulsione di Celik ha pesato, colpiscono soprattutto le scelte di Gasperini: Baldanzi centravanti a Cagliari è più un segnale di mancanza che una soluzione. Sembra un grido d’allarme rivolto al mercato di gennaio, perché la creatività del tecnico non può bastare senza alternative.
Il Bologna, invece, ha raccolto un punto logico a Roma contro la Lazio. La squadra di Italiano resta solida, ma la corsa Champions dipenderà dalla sfida di domenica contro la Juventus. Il paradosso? Oggi, paradossalmente, il Bologna parte favorito. I valori si sono capovolti: chi un tempo inseguiva ora dà lezioni, chi un tempo dominava ora arranca.
Fonte: Gazzetta






