Ezequiel Lavezzi è tornato a parlare della sua esperienza a Napoli, raccontando emozioni e contraddizioni vissute durante i cinque anni in azzurro. Nel podcast argentino Olga, il Pocho ha descritto un rapporto intensissimo con la città e i tifosi, fatto di affetto straordinario ma anche di una pressione difficile da sostenere nel quotidiano.
Tra episodi curiosi e momenti più profondi, emerge il ritratto di un calciatore diventato simbolo, costretto però a rinunciare a una vita normale. Nonostante le difficoltà, Napoli resta per Lavezzi un capitolo unico della sua carriera, un’esperienza che non ha mai più ritrovato altrove.
Che rapporto avevi con Napoli e i tifosi?
“A Napoli la gente mi ha fatto sentire molto bene, ma non potevo uscire per strada, per il fanatismo della gente e quello che si creò con me. Perché loro mi prendevano come se io fossi napoletano. E niente, a quel punto ho dovuto viverlo. All’inizio è bello, ma dopo no, non puoi uscire di casa”.
“Mi adottarono le nuove generazioni pensando che io gli facessi vivere cose vissute con Diego”.
Quanto era difficile vivere la quotidianità in città?
“Le volte che veniva a vedermi non potevamo uscire per strada. Andavo con lui all’allenamento e per uscire c’erano duemila persone che ti aspettavano. Dovevamo nasconderci nel baule di un’auto e uscire, sennò non potevi”.
“Quando me ne sono andato, ero già un po’ stanco di tutto. Uscivo da casa mia e c’erano 50 persone ogni giorno. Andavi a mangiare al ristorante e all’improvviso ti portavano in una saletta e dovevi mangiare da solo, perché non potevo stare in mezzo alla gente”.
Hai qualche aneddoto particolare di quegli anni?
“Prendiamo una barca per passare la notte a Capri, passiamo la notte lì e con la stessa barca poi andiamo ad allenarci, perché il centro sportivo del Napoli ha un porto lì vicino. Lasciamo le nostre cose lì, ci alleniamo e andiamo alla barca per tornare indietro”.
“Un giorno ero con mio figlio, tornavamo dall’allenamento. C’era un semaforo, la polizia era ferma al semaforo, era rosso. Io dico a Tommy: ‘Vuoi che passiamo col rosso davanti alla polizia?’. E gli dico: ‘L’unica cosa, se ci fermano, io dirò che ti senti male e per questo siamo passati col rosso’. Lo faccio, 50 metri e sento la sirena. I poliziotti sono scesi con le pistole. Abbasso il finestrino e mi dice: ‘Pocho… come fai a passare col rosso così?’. Gli dico: ‘No, ho il bambino che si sente male’. ‘Ah, va bene, dai, ti accompagniamo noi’. Sirena e io dietro…”.
Cosa hai provato lasciando Napoli e andando al PSG?
“Quello che facevo era andare camminando, perché a Napoli non potevo mai camminare. Allora mi godevo il fatto di camminare e mi faceva impazzire. Mi dicevo: ‘È tornata la vita’. Anche a Parigi tutti mi volevano molto bene, però non è Napoli. A Napoli la gente impazzisce”.
Che posto occupa Napoli oggi nella tua vita?
“È il posto dove ho vissuto qualcosa che non ho trovato da nessun’altra parte”.
