Faouzi Ghoulam, ex terzino del Napoli, ha rilasciato alcune dichiarazioni ai microfoni di Corriere della Sera in occasione di Napoli-Atalanta.
L’algerino ha voluto esprimere pubblicamente la propria vicinanza al club azzurro e al suo allenatore, sottolineando come l’esperienza e il carattere di Antonio Conte siano garanzia di gestione nei momenti più delicati della stagione.
Faouzi Ghoulam sulla fiducia in Conte e nel Napoli
«Cosa si prova a essere sul podio dei terzini sinistri più forti d’Europa?»
«Gratitudine, e anche felicità. Si sta molto bene».
«E cosa si prova a rompersi il ginocchio nel momento migliore, non una ma due volte?»
«Cambia tutta la scena. All’inizio è drammatico, poi ti fermi e trovi una ragione nella fede. Stavano peggio gli amici, i familiari, i compagni».
Faouzi Ghoulam ha lasciato il calcio a 32 anni, dopo otto stagioni al Napoli. Con la convinzione di essere stato un calciatore “diverso”: «Nei momenti più belli pensavo al dopo».
In che senso, Ghoulam?
«Ero tra i più forti e oggi posso dirlo: su di me c’erano i club più importanti al mondo. Vivevo il momento, ma pensavo al futuro. Avere avuto la fortuna di incontrare Koulibaly mi ha aperto due strade: una emotiva – per me è un fratello – e una professionale. Oggi siamo soci in affari immobiliari. Lui è la mente del sodalizio, io sono quello che si muove, che va in giro. Kouly è la fortuna più grande che mi sia capitata… Pensare che neanche volevo conoscerlo!».
Ci racconti.
«Il primo ritiro col Napoli in Trentino: arrivai qualche giorno dopo gli altri. Dissi al team manager che volevo la stanza da solo. Ho le mie abitudini: al mattino prego. Non mi andava di dare fastidio a chi magari voleva dormire. Mi risposero che avrei condiviso la camera solo per la prima sera, poi mi avrebbero accontentato. Entro in stanza e trovo Kouly che stava pregando: fu amicizia e fratellanza a prima vista. La spiritualità è qualcosa che avverti, la senti».
Una vita fa. Oggi soci a distanza?
«Si può fare perché negli anni abbiamo costruito un legame fortissimo, fatto di piccole e grandi cose. A Napoli nessuno ha mai saputo che uscivamo di sera, camuffati, per fare beneficenza: aiutare i senzatetto, portare da mangiare a chi non ne aveva. Noi per gli altri, io per lui. Oggi basta alzare il telefono per decidere qualsiasi cosa sulla nostra attività. C’è totale fiducia».
Calciatore silenzioso, ora parli tanto a Sky.
«Ho la libertà di dire sempre quello che penso. Non faccio sconti: quando c’è da criticare, non mi risparmio. Le mie domande ai protagonisti sono però tecniche. Non sono un giornalista, non mi piacciono le imitazioni. Lo studio di Sky mi dà la possibilità di guardare al mondo della sport industry dalla prospettiva dei media. Prima di accettare ho voluto vedere tutto: dalla sartoria alla regia, la direzione sportiva, i grafici. È incredibile osservare la squadra che c’è dietro a un evento sportivo».
Benitez, Sarri, Ancelotti: tre aggettivi.
«Benitez è completo, Sarri è il più forte che abbia mai visto. Ancelotti è la storia del calcio italiano».
Che derby si aspetta?
«Sarà il migliore degli ultimi anni, me lo immagino anche divertente. Allegri è uno stratega. Chivu sta dimostrando che testa ha, sa ruotare la squadra in base agli impegni di Champions. Il risultato darà un senso alla stagione: per il Milan può essere un risarcimento».
Un nome tra i giovani.
«Pio Esposito: è fortissimo. In un momento in cui l’Italia esprime pochi talenti, lasciamolo lavorare senza pressione. Diamogli tempo».
Conte e le turbolenze nello spogliatoio: come se ne esce?
«C’è un solo modo: i risultati. Conte sa come gestire certe situazioni, ci ha messo la faccia e dalle difficoltà è sempre riemerso. Ho fiducia».
Prima volta in discoteca?
«A 22 anni. Dai 12 ai 21 solo calcio e scuola. Avevo le idee chiarissime: o livello top, oppure studio e università».
Un ricordo del Natale?
«Vedere gli altri festeggiare. Nella mia famiglia è un giorno come un altro. A Napoli, pur essendo di religione diversa, capivo l’importanza della festività e quindi organizzavamo iniziative nelle case famiglia e negli istituti religiosi cattolici».
Il futuro?
«Voglio diventare un manager sportivo a 360 gradi e per questo ho bisogno di nuove competenze: Coverciano, dove ho appena preso il patentino B, mi dà la prospettiva degli allenatori. Il master Uefa forma i top manager».
Vive tra Parigi e Dubai: perché l’Italia per formarsi?
«Perché la scuola italiana è la migliore dal punto di vista tecnico-tattico, come dimostra il successo di tanti allenatori italiani nel mondo».
Dov’è adesso?
«A Marsiglia. Studio De Zerbi in campo e Benatia dietro la scrivania: è un mio carissimo amico e direttore sportivo di un grande club. È una squadra in cui ci sono tanti italiani: vederli lavorare da vicino è pazzesco».






