La fotografia attuale della Serie A mostra un dato curioso: in vetta non ci sono soltanto Napoli e Milan, ma soprattutto Antonio Conte e Massimiliano Allegri, due figure che hanno segnato l’ultimo decennio del calcio italiano. Una coincidenza che pesa sul cuore dei tifosi juventini, abituati a vedere questi due allenatori costruire il più lungo ciclo di vittorie nella storia bianconera. Ma al di là delle emozioni, c’è un tema tecnico più interessante: le squadre che guidano il campionato non sono quelle che propongono il calcio più brillante, più innovativo o più orientato al dominio del pallone. Sono invece guidate da due tecnici che, pur con differenze evidenti, incarnano in modo profondo la tradizione tattica italiana: solidità, compattezza, baricentro controllato, attesa intelligente e transizioni letali.
Due filosofie parallele, un DNA comune
Conte e Allegri condividono un’idea di fondo: per vincere bisogna prima saper difendere. Non nel senso di rinunciare al gioco, ma di costruire un impianto in cui ogni mossa offensiva parte da una struttura impermeabile. È il cosiddetto “Spaghetti Football”, un’etichetta ironica ma efficace per descrivere l’essenzialità del calcio italiano: praticità, organizzazione, capacità di soffrire, aggressioni mirate e non continue, transizioni verticali quando gli spazi si aprono.
Le alternative narrative non mancano: Gasperini che ha portato il pressing totale; Italiano che riaggredisce ovunque; Chivu che estremizza la verticalità; Fabregas che prova a trapiantare il tiki-taka sulle rive del lago; Spalletti, maestro di fluidità posizionale. Ma in vetta restano loro, i due “gringo” del calcio all’italiana. Non per caso, ma perché la loro gestione del contesto – più che del pallone – resta un vantaggio competitivo.
Il tentativo (fallito) di Conte di cambiare pelle
In estate Conte ha provato ad alzare l’ambizione del suo Napoli. L’acquisto simbolico è stato De Bruyne: qualità, possesso, regia alta. L’idea era quella di trasformare un Napoli tradizionalmente verticale in un sistema più palleggiato, più europeo. I numeri mostrano che l’aggressività è aumentata: da squadra mediocre nei recuperi offensivi è diventata una delle prime tre del campionato.
Ma il contro-effetto è stato pesante: equilibri persi, spazi intasati, McTominay fuori ruolo, De Bruyne infortunato, gol che non arrivano. Il Napoli, troppo impegnato a manovrare, ha smesso di attaccare la porta con la ferocia che aveva caratterizzato le sue stagioni migliori. Da qui la mini-crisi che ha scosso l’ambiente.
La svolta è arrivata quando Conte ha fatto un passo indietro – o meglio, un passo verso ciò che conosce meglio. Ha liberato gli spazi, schierando Neres e Lang nelle zone in cui un tempo volavano Lavezzi e Cavani, aprendo il campo invece di chiuderlo. Il tridente è tornato a essere una macchina da contropiede. Il Napoli è passato dall’abito elegante a quello da lavoro: meno estetica, più efficacia.
Il pragmatismo totale di Allegri
Allegri, da parte sua, non ha fatto alcuna rivoluzione estetica. Ha scelto subito un piano chiaro: baricentro basso, densità centrale, pressione puntuale, possesso controllato e non dominante. I dati lo confermano: il Milan recupera palla molto più dietro rispetto al Napoli, tiene meno il pallone, costruisce meno ma concede pochissimo. Il rendimento difensivo è impressionante e, con Rabiot e Modric in mezzo, i rossoneri hanno trovato la struttura mentale e tecnica per sentirsi sempre dentro la partita, qualunque sia l’avversario.
Le sue squadre vincono spesso gli scontri diretti non per quantità di gioco prodotto, ma per capacità di interpretare il ritmo emotivo del match: accelerare quando serve, congelare quando conviene, colpire quando l’avversario sbilancia.
Due transizioni, un unico modello
Gli episodi recenti lo raccontano bene. La transizione che ha portato al gol di Neres nasce da un recupero cattivo e immediato, seguito da un’accelerazione verticale. La rete di Pulisic nel derby contro l’Inter ha seguito lo stesso copione: scippo di Fofana, campo aperto, pochi tocchi, porta violata.
È in queste situazioni che Napoli e Milan si somigliano. Due squadre in cui i registi (Lobotka e Modric) fanno girare il gioco con intelligenza, le mezz’ali corrono chilometri, i difensori sono bloccati ma pronti alle incursioni, e le punte – Leao da una parte, Hojlund dall’altra – attaccano gli spazi più che il pallone.
Perché dominano?
Conte e Allegri hanno qualcosa che molti tecnici moderni non hanno ancora del tutto maturato: la capacità di adattare la propria filosofia al campionato, ai momenti emotivi, al tipo di avversario. Non puntano a dominare il gioco, puntano a dominare le partite. E per ora ci stanno riuscendo.
Fonte: Gazzetta






