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Aurelio De Laurentiis si racconta al Corriere della Sera

Guido Olivares di Guido Olivares
20 Agosto 2025
in News
Tempo di Lettura: 10 min
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Aurelio De Laurentiis ed Antonio Conte festeggiano assieme lo scudetto
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Aurelio De Laurentiis si racconta al Corriere della Sera

Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli, ha rilasciato una lunga intervista al Corriere della Sera.

Aurelio De Laurentiis:  “Per vedere il quadro completo occorre partire da più lontano, dalla scelta di prendere un allenatore tosto come Conte. Molti anni fa lo incontrai alle Maldive. Era in vacanza con la sua famiglia. Passammo alcune giornate a nuotare ed a discutere di calcio. Mi spiegó il suo modo di lavorare e rimasi affascinato dal rigore che lo animava. Uno stakanovista sul lavoro, come me. È evidente che entrambi siamo innamorati di ciò che facciamo, questo per me è fondamentale. Come la cura dei dettagli.

Quando la piazza mi chiede giustamente l’esonero di Rudi Garcia invitai Conte da me e gli chiesi di subentrare. Lui però rispose che voleva venire a Napoli, ma a giugno. Così fu.

La partita col Cagliari che ha decretato il titolo è di venerdì 23. Sabato e domenica siamo andati a Ischia con Conte e la sua famiglia a festeggiare il mio 76esi-mo compleanno. Lunedì 26 c’è stata la meravigliosa parata sul lungomare che in un’ora e mezza ha raccolto oltre 70 milioni di spettatori in tutto il mondo su Rai Italia, il bouquet di canali inter-nazionali. La sera c’è stata la festa di tutto il Napoli e il giorno dopo siamo andati dal Papa per la prima udienza ufficiale del suo pontificato. Subito dopo ci siamo chiusi in una stanza io, lui, Chiavelli e Manna e abbiamo iniziato a gettare le basi per la nuova stagione.

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Senza bisogno di dire nient’altro».

La cessione di Kvaratskhelia a gennaio ha portato frizioni con Conte? Nessuna frizione. Dovevo farlo. Nessuno poteva sostituire Kvara alla pari, ma ci abbiamo provato: il Psv per esempio non ci ha dato Noa Lang, per fortuna in estate si è convinto. Del resto se quello di gennaio viene chiamato mercato di riparazione, uno del livello di Kvara a metà stagione non te lo vendono. Detto questo, ero consapevole che Conte, concentrato sulla lotta per arrivare più in alto possibile, avrebbe faticato ad accettare l’operazione. Diciamo che ho scommesso sulla sua capacità di vincere ugualmente, ed è stata una buona puntata.

Perché ho dovuto venderlo a gennaio? Perché il suo procuratore minacciava di ricorrere all’articolo 17 del regolamento Fifa. La storia va spiegata. Dopo la prima, formidabile stagione del georgiano ci siamo preoccupati subito di negoziare un rinnovo contrattuale, migliorando il suo stipendio e arrivando a offrirgli una cifra molto importante, perché era ovvio che il compenso limitato avrebbe attirato mezzo mondo pronto a fargli ponti d’oro. Ma il suo procuratore, Mamuka Jugeli, aveva altri progetti per sé e per il calciatore. Voleva strappare a un altro club un’altissima commissione per lui, oltre a uno stipendio a doppia cifra per Kvara. Alla fine del secondo anno contrattuale c’è stato l’Europeo in Germania. Manna, Chiavelli ed io siamo volati a Düsseldorf per risolvere la questione, ma Mamuka ha continuato a prendere tempo sostenendo che Giuntoli gli avesse promesso dei soldi che non erano stati corrisposti. Bugia, non è stato difficile appurarlo. Avrei dovuto venderlo allora, il Psg aveva offerto più di 200 milioni per il pacchetto Kvara-Osimhen. Ma avevo promesso a Conte di trattenerlo e non me la sono sentita.

Come avrei utilizzato questi soldi? Volevamo prendere Gyokeres.

Cosa permette l’articolo 17? «È un articolo che permette a un giocatore di uscire dal suo contratto dopo tre anni pagando un indennizzo misurato sul suo compenso e sui soldi spesi per il cartellino. Essendo due cifre basse, l’indennizzo sarebbe stato irrisorio rispetto al valore del giocatore. In pratica, quest’estate l’avremmo perso quasi gratis.

Osimhen? «L’abbiamo venduto al Galatasaray per 75 milioni più bonus. E con reciproca soddisfazione».

Gli introiti derivanti dalla cessione dei tre grandi protagonisti dello scudetto 2023 – non dimentichiamo il difensore coreano Kim, andato via dopo un anno – sono alla base del mercato stellare di quest’estate. Non solo una superstar come Kevin De Bruyne, logicamente il primo nome sul cartellone, ma un’intera batteria di giocatori forti per dotare Conte di due squadre.

In giugno ha fatto scalpore un’inchiesta della

Gazzetta sui denari immessi dalle varie proprietà nei grandi club italiani: non che fossero dati inediti, ma vederli tutti assieme ha lasciato stupefatti. Da quando è sbarcata in Italia (2020)

la famiglia Friedkin ha speso per la Roma 938 milioni, top assoluto. Dal 2001, anno della quotazione in Borsa, la Exor degli Agnelli/Elkann è intervenuta nella Juventus per 730 milioni fra ricapitalizzazioni e bond. Aurelio De Laurentiis ha rilevato il club dal fallimento nel 2004, e i 16 milioni tirati fuori dalla tasca della Filmauro per coprire le perdite della serie C sono tutto ciò che ha toccato del patrimonio del suo Gruppo.

«Non erano 16, erano 32» corregge lui quando gli faccio queste cifre, ma l’amministratoré delegato del club, Andrea Chiavelli, è lì per fare da Cassazione. «132 – abbondanti – erano il prezzo per l’acquisto del ramo di azienda, somma che venne garantita personalmente dal presidente e poi successivamente restituita. I 16 erano, come detto, versamenti a ripianamento delle perdite dei campionati di Serie C. E quindi di patrimonio del Gruppo è corretto dire 16».

«Un giorno dovrò scrivere il libro di come avvenne quell’acquisizione» dice De Laurentiis

«ma per sommi capi gliela riassumo perché fu davvero un’avventura. Avevo già provato a prendere il Napoli, nel 1999, convocando i media e mostrando loro un assegno circolare da 120 miliardi di lire spezzato in due parti: la prima era a disposizione di Ferlaino, per la seconda volevo effettuare una due diligence. La sua risposta fu una causa per aver creato, secondo lui, una distrazione della campagna abbonamenti, causa che peraltro vinsi facilmente. Ricordo che Gazzoni mi offrì il Bologna per 50 miliardi, ma risposi che io tifavo per il Napoli e quindi mi interessava solo il Napoli.

«Avevamo appena finito di girare a

Los Angeles Sky Captain and the Wor-Id of Tomorrow, una mega produzione con Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow e

Jude Law. Era agosto, do loro appuntamento per settembre per organizzare il tour mondiale di promozione del film.

Prima c’erano le mie settimane sacre a Capri. Deve sapere che al Quisisana c’è un bellissimo teatro che diventava il mio ufficio, dove esaminavo in santa pace tutte le sceneggiature dei film da realizzare. Sul tavolo da lavoro erano sparsi i quotidiani, all’improvviso mi cade l’occhio sul Corriere dello Sport dove c’è una grande foto di Gaucci con il titolo Compro il Napoli per 5 milioni.

Ma come Gaucci compra il Napoli, no, lo compro io».

Il racconto prosegue con il corteggiamento di Pierpaolo Marino. «All’epoca mica sapevo che era stato il direttore generale del Napoli ai tempi di Maradona. Io ero completamente digiuno di calcio. Sì, da bambino con papà tifavamo Napoli, ma non avevo seguito tutte le sue avventure. E disavventure. Avevo chiesto in giro quali fossero i due club che overperformavano rispetto al loro bacino di mercato: mi dissero l’Udinese e il Chievo, cercai di ingaggiare i loro dirigenti, dovevano essere bravi. Sartori del Chievo mi disse che era impegnato, ma secondo me non sarebbe sceso in serie C neanche dipin-to. Marino invece ci raggiunse a Gstaad, dove stavamo girando Christmas in Love. Andammo a cena e parlammo fino alle 5 del mattino. Mi pare ci fosse anche Danny De Vito, sì, che aveva una parte nel film. Restava da ottenere il sì del giudice fallimentare, mi presentai all’udienza con una squadra di avvocati che parevano gli Avengers, e il giudice col suo eloquio lentissimo raccontò che la figlia s’era appena laureata con una tesi sulla gestione dei club calcistici, e siccome lui l’aveva letta sapeva quanto fosse difficile tenere i conti in ordine. Mezz’ora di questa menata, non sapevamo più dove guardare, ma alla fine mi diede il Napoli».

Lei dice polemico, io rispondo visionario. Mi permetta di ricordare la mia gavetta nel mondo del cinema, perché molti pensano che il cognome che porto mi abbia spalancato subito tutte le porte. Papà e zio mi fecero iniziare come aiuto segretario di produzione, 32mila lire alla settimana, il cinema visto dal basso. Poi sono passato dall’ufficio legale, e soltanto dopo anni sono stato ammesso alla stanza degli sceneggiatori. Dove stavo zitto, e imparavo da Age e Scarpelli. E dal grande

Sergio Amidei. Andavamo al cinema, lui aveva il vizio di parlare ad alta voce, io mi preoccupavo, “guarda che adesso ci menano”. Che tempi. Alla fine di questo percorso – avrò avuto 34 anni

– mi sentii abbastanza maturo per pronunciare la frase fatidica: adesso si fa come dico io. Ed è andata piuttosto bene.

Beh, io direi invece che si può, visti i risultati che ho ottenuto. Il confronto è con gli altri proprietari, ma se mi permette il gioco di parole, vorrei appunto confrontarmi con loro. Invece quando vado alle assemblee di Lega trovo amministratori, direttori, segretari, ma proprietari pochi. Il mio non è snobismo: senza i proprietari non si cambierà mai niente, e infatti la Lega Calcio non funziona, è un organismo imbelle. I dirigenti dei club guadagnano uno, due, tre milioni all’anno, chi glielo fa fare di proporre cambiamenti allo status quo? Sono i proprietari a doversi muovere, prendendosi il giusto rischio d’impresa.m

I fondi nel calcio?  Quando c’è stato da bloccare l’ingresso dei fondi nella serie A, ci siamo trovati a combattere fianco a fianco Andrea

Agnelli e io, e abbiamo vinto. Da imprenditori. Un vero imprenditore non ha bisogno dei fondi.

Il compito dei fondi è garantire ai loro investitori un rendimento il più possibile valido e sicuro, ma non sulla pelle delle società, senza possedere la ricetta per sviluppare il fatturato totale del cal-

cio. Il sistema è malato in tutta Europa, per curare i tanti debiti sono necessarie riforme rivoluzionarie e rapide. Si giocano sempre più partite, che necessitano di sempre più giocatori, che portano a sempre maggiori spese. Io auspico invece una serie A che dimagrisca a 16 squadre, come nel 1986, e che eviti che i calciatori stessi, patrimonio delle so-cietà, si usurino bruciando il loro valo-

re. Un torneo a 16 squadre eviterebbe anche quei match con poche migliaia di spettatori in tv che indeboliscono la credibilità commerciale del nostro calcio.

Molti sostengono che così incasseremmo di meno, ma non è vero, perché aumenterebbe il valore delle altre partite.

E poi è maturo il tempo perché Giorgia

Meloni tolga il tetto pubblicitario alla

Rai per finanziare con gli introiti della pubblicità tutta la serie A che andrebbe in chiaro, dividendo il campionato fra

Rai e Mediaset. Gli italiani sarebbero felicissimi di poter vedere tutte le partite gratuitamente e lo share andrebbe alle stelle.

Beh, l’Italia non è l’Argentina, che tutti conosciamo come un Paese in cui “fare economia” è impossibile. In ogni caso bisogna fare qualcosa per affrontare la concorrenza delle grandi competizioni internazionali: lei sa bene che i denari destinati dalle televisioni e dalle piat-taforme ai tornei organizzati da Fifa e Uefa sottraggono risorse ai campionati nazionali. Quindi le soluzioni sono due: o andare in chiaro, dando ai club i ri-cavi della pubblicità, o puntare sui tifo-si attraverso la pay per view, in modo tale che oltre a vendere i biglietti per lo stadio reale, si possano vendere anche quelli per lo stadio virtuale. Ma non mi faccio troppe illusioni sulla possibilità che i politici obblighino Rai e Mediaset a teletrasmettere le partite di serie A.

Ignorano un dato importante: il calcio potrebbe portare nelle urne il voto di 30 milioni di tifosi. Alla fine, superficialmente, per i politici i proprietari dei club calcistici restano i ricchi scemi di cui parlava Giulio Onesti.

Nuovo stadio? «Pronto in quattro anni, in tempo per gli Europei quindi, 65-70 mila posti, parcheggi per 9000 auto, zona Est della città. Però la legge sugli stadi dev’essere integrata da un tavolo in cui siano presenti tutti gli attori, e parlo delle soprintendenze che ne trovano sempre una, e della Corte dei Conti. Non ci si alza da quel tavolo finché non si è tutti d’accordo, ma poi si procede. Con i vari commissari non credo che si arrivi a nulla di concreto in brevissimo tempo.

Quanto mi sarebbe piaciuto avere Maradona? L’ho avuto già in realtà. Ha recitato in “Tifosi” nel1999. All’epoca non lo conoscevo, chiesi il contatto a Gianni Minà, lo chiamai a Buenos Aires e lui a bruciapelo

“mi dai 500 milioni per tre giorni di lavoro?”. Deglutii, dissi che andava bene, e lui “allora la prendo in considerazione”.

Aurelio De Laurentiis ed Antonio Conte festeggiano assieme lo scudetto

 

Aurelio De Laurentiis è un produttore cinematografico e imprenditore italiano, noto soprattutto per essere il presidente della Società Sportiva Calcio Napoli. Nato a Roma il 24 maggio 1949, è nipote del celebre produttore Dino De Laurentiis e ha costruito una solida carriera nel mondo del cinema prima di diventare una figura centrale nel calcio italiano. Attraverso la sua casa di produzione “Filmauro”, fondata nel 1975, ha prodotto numerose commedie di successo, spesso interpretate da attori popolari come Christian De Sica e Massimo Boldi. Il suo stile cinematografico è stato spesso criticato per la commercialità, ma non si può negare la sua capacità di intercettare i gusti del grande pubblico italiano.

Nel 2004, De Laurentiis ha acquisito il Napoli, allora fallito e retrocesso in Serie C1, rifondandolo con il nome di “Napoli Soccer”, poi riportato alla denominazione originale nel 2006. Il suo ingresso nel calcio fu accolto con un misto di scetticismo e curiosità, ma nel corso degli anni è riuscito a riportare il club ai vertici del calcio italiano e internazionale. Sotto la sua gestione, il Napoli ha ottenuto diversi piazzamenti in Champions League, ha vinto tre Coppe Italia (2012, 2014, 2020), una Supercoppa Italiana e, soprattutto, lo Scudetto nella stagione 2022-2023, a distanza di oltre trent’anni dall’epoca di Maradona.

De Laurentiis è una figura polarizzante. È noto per il suo carattere schietto, diretto e spesso polemico. Non ha mai nascosto la sua visione imprenditoriale del calcio, talvolta attirandosi critiche per le sue dichiarazioni o per le scelte di mercato. Tuttavia, è innegabile il suo contributo alla rinascita del Napoli e la sua capacità di tenere il club in equilibrio economico-finanziario, in un contesto calcistico spesso segnato da spese fuori controllo. De Laurentiis incarna una figura complessa: un mix tra produttore d’assalto e manager sportivo, tra passione e calcolo.

Guido Olivares

Guido Olivares

Dottore in Giurisprudenza, nato a Napoli il 19 marzo 2001.

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