Ha inizio “Ricomincio da 3“, la rubrica in cui analizzeremo punti di forza e punti deboli delle avversarie del Napoli in Champions League. Cominceremo dal Manchester City, che ospiterà gli azzurri in un vero e proprio banco di prova per le ambizioni stagionali degli uomini di Conte.
Dopo un’intera esistenza passata all’ombra degli odiati cugini dello United fatta eccezione per un paio di fugaci momenti gloriosi come la Coppa delle Coppe alzata nel 1970, i Citizens devono la loro recente ascesa ai vertici del calcio mondiale ai crucci milionari dello sceicco Mansur, proprietario del club dal 2009. Ci aveva già provato in verità una losca cordata thailandese guidata dal controvero Shinwatra, che tra un Rolando Bianchi e un Valeri Bojinov c’aveva infilato un paio di crimini contro l’umanità in patria, dove era stato deposto da un golpe militare. Una crescita costante a suon di petroldollari con qualche lieta presenza italiana come il duo Mancini-Balotelli e coronata dall’affermazione a livello mondiale nel segno di Pep Guardiola, capace di fare incetta di trofei in patria e conquistare la tanto agognata Coppa dalle Grandi Orecchie nel 2023, dopo aver lasciato con più di qualche rimpianto il titolo ai connazionali del Chelsea due anni prima.
Ricomincio da 3: i 3 punti forti del Manchester City
Raccontare solo 3 punti di forza di una squadra del genere è complicato quasi quanto lo è trovare 3 punti deboli.
- Ossatura solida. Guardiola ha l’imbarazzo della scelta, ma l’ingorda bulimia di talenti a cui assistiamo a ogni sessione di mercato non influisce su quella che è l’anima della squadra, spesso e volentieri rimpinguata da ragazzi dell’Academy seguiti pedissequamente dall’allenatore spagnolo che ha ben chiare le prospettive di crescita dei suoi giocatori. Le colonne della squadra sono al centro del progetto da anni e l’esempio perfetto è Phil Foden, anello di congiunzione tra la visione sinuosa di Rodri e la furia offensiva degli assi della trequarti. Benché abbia 25 anni, è dal 2017 al centro del progetto ed è plasmato ad immagine e somiglianza dell’architetto che ha in panchina, così come tanti altri ragazzi pescati giovani e rimodellati per opera dell’ex allenatore di Bayern e Barcellona. Il City li sceglie e se li cresce.
- Intensità fuori dal comune. Il sopracitato Rodri è il cosiddetto “volante” della squadra, addetto alla stabilità d’una scheggia impazzita e vicario del suo allenatore in campo. Tutti gli altri te li trovi ovunque. Ben oltre gli standard italiani, come ad onor del vero è stata la prestazione dei Partenopei a Firenze e quale occasione migliore per verificare l’efficacia di questa pressione a casa di chi l’ha inventata? La minuzia scientifica delle scelte in riaggressione di questa squadra è figlia d’un lavoro a tratti psicotico.
- Soluzioni offensive infinite. In campo, contro il Manchester United, Reijnders partiva inizialmente nei due di centrocampo. Almeno sulla carta. Poi te lo ritrovi dentro l’area a calciare per tre volte insieme ad un fight club di cervellotici fantasisti – Bernardo Silva, Foden – e se magari la rimetti fuori a raccoglierla hai due schegge del calibro di Doku e Savinho, prova a prenderli. Gli concedi profondità? C’è un centravanti che a momenti ha più gol che partite giocate e che da solo riempie l’area, servito e riverito egregiamente.
Ricomincio da 3: i 3 punti deboli del Manchester City
Il confronto in trasferta con una squadra del genere è sempre proibitivo, ma in questo momento gli Sky Blues non sembrano affatto imbattibili, anche considerando i 6 punti guadagnati in 4 gare di campionato dalle quali possiamo trarre i seguenti difetti:
- Le seconde palle. Incredibile ma vero, qualche settimana fa è bastata una semplice palla lunga al Brighton per mandare in subbuglio la fragile linea difensiva del City. Più volte in questa primo scampolo di stagione, in seguito ad una forte sollecitazione da parte dei centrocampisti avversari in pressione sulle seconde palle, si sono evidenziate situazioni di confusione pura e di sbilenca inferiorità numerica tra gli uomini di Guardiola che costano caro anche in situazioni di possesso. Sarà forse che…
- Al City manca De Bruyne. Il passe-partout della costruzione sinfonica dell’armata inglese era la raffinata e sostanziale anarchia tattica del centrocampista belga, variabile impazzita che lo scorso anno risultò fondamentale nella rincorsa Champions. Certo i giocatori di classe non mancano affatto, ma manca un punto di riferimento da 108 reti e 170 assist in 422 gare impossibile da collocare in una sola zona del campo. Era semplicemente al posto giusto. Chissà che accoglienza gli riserveranno!
- La profondità. Tra i difensori in rosa abbondano i grandi palleggiatori, capaci di imporre un predominio netto e avvolgente e magari calpestare anche il cerchio di centrocampo in fase di possesso. Ruben Dias e colleghi non sono però grandi corridori e lasciarsi cinquanta metri di campo alle spalle è tanto affascinante dal punto di vista ideologico quanto rischioso. Specialmente quando dall’altra parte bazzica Rasmus Hojlund.
