Jess Carter, simbolo di una battaglia ancora aperta
Quando la difensore dell’Inghilterra Jess Carter ha denunciato gli abusi razzisti ricevuti sui social durante il Campionato Europeo Femminile UEFA, ha acceso i riflettori su una realtà dolorosa: il calcio femminile, in grande crescita sul campo, resta profondamente esposto alla discriminazione, soprattutto online.
La sua scelta di allontanarsi dai social ha messo in evidenza la vulnerabilità di molte atlete e ha ricevuto il pieno sostegno dell’allenatrice Sarina Wiegman, delle compagne di squadra e della Football Association. La reazione è stata rapida: poche ore dopo, la FA ha coinvolto la polizia britannica e avviato una collaborazione con le piattaforme social per rintracciare i responsabili.
Leggi e responsabilità: l’Online Safety Act
Una risposta strutturale a questa emergenza è arrivata nell’ottobre 2023, quando l’Online Safety Act è diventato legge. Il provvedimento obbliga le piattaforme social a rimuovere contenuti dannosi, come gli abusi razzisti, sotto la supervisione del regolatore Ofcom. È un passo avanti decisivo verso un ambiente digitale più sicuro.
Solidarietà in campo e fuori
La lotta contro il razzismo nel calcio va ben oltre il campo: è una questione di giustizia sociale e diritti umani. Le donne rappresentano il 50% della popolazione britannica e possono guidare il cambiamento culturale necessario. L’abbraccio collettivo ricevuto da Carter da parte del suo team dimostra quanto la leadership e la comunità possano generare un “spazio sicuro” e coeso contro l’odio.
Ma la solidarietà non può fermarsi ai confini della nazionale inglese.
Anche Khadija Shaw nel mirino: il razzismo colpisce ovunque
Lo scorso febbraio, anche Khadija Shaw, stella del Manchester City e simbolo della nazionale giamaicana, è stata vittima di attacchi razzisti online. Nonostante il suo status di role model, nemmeno lei è stata risparmiata. Fortunatamente, il club, le compagne e i tifosi hanno reagito con fermezza, dimostrando che la condanna pubblica è fondamentale per spezzare il silenzio.
Un razzismo che cambia forma ma non intensità
Se in passato gli abusi razzisti si manifestavano in modo diretto – sugli spalti o per strada – oggi sono diventati attacchi digitali incessanti, presenti 24 ore su 24. La sostanza, però, non cambia: i colpevoli devono essere identificati, perseguiti e puniti con le sanzioni più severe. Tolleranza zero non può essere solo uno slogan: dev’essere un principio giuridico e culturale.
Razzismo sistemico e mancanza di rappresentanza
Consentire che il razzismo si normalizzi nel calcio femminile significherebbe tradire il progresso compiuto finora. A fronte di un aumento della partecipazione di ragazze di ogni etnia, è essenziale che ci sia un vero impegno per la diversità e l’inclusione anche nei ruoli dirigenziali e tecnici.
L’allarme è concreto: nonostante il 43% dei giocatori nella Premier League e il 34% nelle EFL siano neri, solo il 4,4% degli allenatori e l’1,6% degli amministratori rispecchiano tale diversità, secondo i dati della Black Footballers’ Partnership. Una disparità che rischia di far perdere altre generazioni di talento.
L’istruzione come strumento di cambiamento
Molti club, attraverso le proprie fondazioni, stanno già lavorando per promuovere uguaglianza e rispetto. Un esempio è Charlton Athletic, dove un programma di formazione inclusiva ha avuto effetti tangibili. Ma serve di più: l’educazione antidiscriminazione e antirazzismo dovrebbe entrare nel curriculum scolastico nazionale.
Verso un calcio migliore: serve un cambiamento strutturale
Gli abusi contro Carter sono un campanello d’allarme che sottolinea l’urgenza di misure più forti. In questo contesto, è fondamentale il Football Governance Act, recentemente approvato, che prevede l’istituzione di un regolatore indipendente per il calcio.
L’obiettivo non è solo prevenire gli abusi, ma costruire una governance più equa, capace di riflettere i valori di uguaglianza, diversità e inclusione a tutti i livelli, dai campi di periferia ai vertici delle federazioni.






