È sempre complicato contestualizzare un artista. Lo è, in particolare, se non ci si vuol fermare all’estetica della superficie.
Ieri sera è andato in onda sulla Rai il concerto tributo a Pino Daniele nel decennale della sua scomparsa, condotto da Carlo Conti e Fiorella Mannoia, “eseguito” (senza compensi) da una pletora di artisti italiani che hanno voluto rendergli omaggio.
Evento tenutosi in settimana in Piazza del Plebiscito a Napoli, registrato e tramandato a TV e posteri.
Ma torniamo al principio, dopo la contestualizzazione dei fatti. È complesso inquadrare un artista. Capirlo. Osservarlo senza condizionamenti.
Pino Daniele è tante cose, nel suo lascito. È rospo che diventa principe, popolo che sottende protesta. È linguaggio sospeso tra urlo e sospiro carnale.
È passato dalle scritture propriamente folk dei primi due dischi al clamoroso evento di rottura di “Nero a Metà” (anno 1980), che gli ha spalancato la finestra sul blues latino, il suo grande marchio di fabbrica internazionale. Ha proseguito su commistioni di opposti, su aree variegate, sino a giungere all’epopea nazional popolare degli anni ’90. Un viaggio incredibile, da musicante a musicista, in percorsi alternati.
Si salvano poche esibizioni
Ecco, diventa tosta rappresentare tutto questo in uno spettacolo pop. La serata di ieri è stata simile ad un gala di Natale in piazza: i partecipanti in tiro e in nero sul palco, il pubblico avvitato sulle sedie, con sussulti irregolari spinti dal cantante di turno.
Il tributo a Pino ce lo saremmo immaginato più spensierato, magari in piedi e senza fronzoli. Meno ingessato e più spontaneo. E potremmo anche aver apprezzato la sola intenzione, se non ci fossimo trovati di fronte a storture intellettuali come la Mannoia che amplifica il mood teatrale in ogni step, o Giorgia, Elisa ed Emma che sembrano replicanti sanremesi oltranziste.
Forse non è un caso che la riuscita migliore sia derivata da un intensissimo Mahmood, in una versione poetica e trasversale di “Terra mia“, da The Kolors con una splendida resa in “A me me piace ‘o blues“, da Elodie in differita con “Qualcosa arriverà“. Ovvero le nuove generazioni, quelle che studiano i perimetri e sanno come arrivare al punto. Ci aspettavamo quindi meno cartoline da Geolier, autore di un agghiacciante intermezzo rap in una già disastrosa “Napule è” guidata dalla Mannoia.
Della vecchia guardia salviamo il Principe De Gregori, nella sua consueta aura schizzata e distonica mentre recitava “Putesse essere allero“. E forse Alex Britti, alle prese con una notevole performance chitarristica (menzione d’onore per la Stratocaster rosa) in “Io per lei“.
Non facciamo la conta degli assenti e dei mancati inviti (pare che Nino D’Angelo non l’abbia presa benissimo), non ci sembra un punto focale. Si tratta di polemiche ovvie quanto pretestuose.
Piuttosto ci chiediamo perché non si cerchi un contatto con attitudini e vissuto di un artista, prima di dedicargli un elogio. Per di più in quella stessa piazza dove Pino, il 19 settembre del 1981, raccoglieva amici e musicisti per quello che sarebbe passato alla storia come “neapolitan power“.






