Carlo Ancelotti, Rudy Garcia, Antonio Conte.
Tre allenatori diversi tra loro, con storie e percorsi differenti. Eppure hanno una cosa in comune, oltre la panchina del Napoli: problemi di spogliatoio.
Chi in modo potente, chi meno, chi velato. Ciclicamente, da qualche anno nel club di Aurelio De Laurentiis i calciatori prendono il “sopravvento” e decidono di navigare in direzione opposta.
Come se, d’incanto, tutto quello che di buono si costruisce viene distrutto. Quando le cose sembrano andare in un modo serio, senza allarmi, come un fulmine a ciel sereno viene minata la tranquillità dello spogliatoio.
Con fiumi di parole, interviste fuori tempo massimo, inciuci, sotterfugi.
Puntate degne di Beautiful.
Ma quando questi terremoti colpiscono ormai ripetutamente le fondamenta, forse il colpevole è da ricercarsi altrove.
A memoria, non si ricordano ben tre episodi simili nel giro di 6 anni. Cioè, matematicamente, un anno sì e l’altro no. Incredibile.
Come se la Società Sportiva Calcio Napoli non avesse minimamente un filo di autorità su coloro che puntualmente paga. Bene e puntualmente, tra l’altro.
Come se i calciatori, alcuni dei quali presenti in tutti e tre gli ammutinamenti, moltissimi in due di essi, non riconoscessero né nell’allenatore di turno né nello staff uomini di cui fidarsi.
Come se tutto fossero tranne dei veri punti di riferimento.
Come se i loro “capi” non venissero visti come uomini e lavoratori seri, come se non incutessero quel timore che alla fine si trasforma in rispetto dei ruoli, delle parti, delle persone.
Come se, detto candidamente, a Napoli chi arriva non respirasse l’aria del club che mira ad essere grande.
Come se volessero restare a Napoli ma più per tutto quello che offre la città, e non perché giocano, quindi lavorano, in un club vincente che ha sovvertito tante gerarchie nel calcio italiano e gioca stabilmente le coppe europee.
Impresa familiare e mancanza di ruoli
Se buttiamo l’occhio, ma non solo, in giro per l’Europa, non solo noteremo che questa roba non accade quasi mai, ma capiremo forse i motivi. Ripetiamo, forse.
In primis il Napoli, anche se è cresciuto in maniera esponenziale, è ancora strettamente legato ad un concetto di impresa familiare, ma senza ruoli ben definiti.
O meglio, i ruoli ci sono pure, ma sembrano invisibili per evitare spiacevoli situazioni.
Non è che forse è arrivato il momento di trovare dei ruoli chiave a uomini di spessore che conoscano benissimo la società?
Uomini intelligenti, capaci di influenzare positivamente i nuovi calciatori ed anche i vecchi.
Uomini di valore e valori, che siano in grado di far capire che la Napoli calcistica è una cosa seria.
Che non c’è spazio per le cazzate.
Perché una cosa è certa, ormai incontrovertibile: nemmeno due uomini come Conte e Oriali sono riusciti ad evitare una implosione.
Come non ci riuscì uno del calibro di Carlo Ancelotti, che ha gestito gente come Cristiano Ronaldo o Karim Benzema allo stesso modo di come si portano i bambini a scuola.
È una cosa senza senso.
Allenatori che hanno gestito fior di fuoriclasse con una smisurata personalità che a Napoli si vedono costretti ad abbozzare a favore di ragazzi che il più delle volte hanno la metà dei loro anni.
Modello dei grandi club europei
Forse è giunto il momento di aprire le porte della società a qualcuno che possa brillantemente spiegare cosa significa essere nel Napoli.
Autoritari, carismatici, empatici. I nomi ci sono, alcuni dei quali di notevole spessore.
Anche in top club di caratura mondiale funziona così.
Se guardiamo la società calcistica per eccellenza, il Real Madrid, troviamo gente del calibro di Roberto Carlos, Solari, Butragueno, Casillas.
Oppure il Liverpool, altra grandissima azienda, dove possiamo ammirare l’ex fuoriclasse Kenny Dalglish.
Ci sono altri tantissimi esempi in Europa.
Ma possiamo anche volare in Italia, nei top, e vedere nel Milan Zlatan Ibrahimovic, o Zanetti nell’Inter, così come Giorgio Chiellini nella Juventus (prima c’era Nedved a braccetto con Andrea Agnelli).
Tutti uomini di calcio vero e istituzionalizzati nel club.
Ne conoscono i segreti, le fondamenta, i pregi. Nessuno meglio di loro per far capire ai nuovi arrivi cosa significa giocare in quel rispettivo club.
Una sorta di aura che avvolge il calciatore, lo abbraccia e lo rende fiero.
L’allenatore di turno, oggi Conte, deve pensare ad allenare e non a fare da baby sitter a gente che crede di stare al Luna Park.
Anche e soprattutto perché i tempi cambiano ed il calcio evolve.
Magari i metodi del tecnico salentino andavano bene 10 anni fa, oggi non più. Oggi serve altro.
Oggi serve che in una azienda ognuno abbia il suo ruolo senza giocare a fare altro.
Non crediamo all’allenatore manager o al nutrizionista oratore. Ognuno il suo.
Come accade nei top team.
Il Napoli può farlo, non si sottovaluti.
Non si affidi anima e corpo ad un pittore che domani fa idraulico e dopodomani il muratore.
Nomi che non siano di passaggio, ma di arrivo. Nomi che troverai in ogni momento. Nomi che hanno fatto storia. Nomi che sanno perfettamente cosa significa giocare nel Napoli e dare tutto per la causa.
Ce ne sono.
Due li abbiamo, vogliamo consigliarli: Marek Hamsik e Faouzi Ghoulam.
