I media italiani, soprattutto i “nazionali”, non hanno mai smesso di cercare con grande fatica e spirito di sacrificio il “nuovo Totti”, il “nuovo Del Piero” o il “nuovo Vieri”. Sembra essere diventata una malattia cronica del nostro sistema mediatico: l’ossessione di trovare a ogni costo un talento da innalzare a simbolo, anche quando i numeri, l’esperienza e il tempo raccontano una realtà ben diversa. L’ultimo caso si chiama Pio Esposito, attaccante con appena poche ore di Serie A nelle gambe, già celebrato come un predestinato, un fenomeno, il volto nuovo del calcio nazionale. “Halma!”, direbbe qualcuno.
Un sogno imposto al tifoso
Chiariamo subito un aspetto: il problema non è il ragazzo, che ha talento e grandi margini di crescita. Il problema è la narrazione tossica che i media continuano a costruire (per accontentare o accarezzare chi?). Titoli altisonanti, che un tempo non si dedicavano neanche a chi segnava triplette ai Mondiali, articoli in cui si citano paragoni improponibili con campioni affermati, prime pagine che non raccontano la prestazione reale, ma un sogno imposto al lettore e al tifoso. In sostanza, una macchina mediatica che gonfia a dismisura il valore di un calciatore ancora tutto da scoprire.
Non è mica la prima volta. Da anni assistiamo a un copione identico: basta un gol, un dribbling ben riuscito o un debutto senza errori per trasformare un giovane in un eroe nazionale. In telecronaca vengono esaltati gesti tecnici normali, da scuola calcio, come un semplice stop, una difesa di palla spalle alla porta o un’apertura di campo. Poi, puntualmente, la realtà presenta il conto. I ragazzi rischiano di finire schiacciati da aspettative impossibili, da paragoni ingombranti, da un entusiasmo che si trasforma in delusione alla prima partita sbagliata.
Il sistema calcio in Italia è aggrappato a puri slogan
In questo meccanismo c’è una grave responsabilità del sistema mediatico italiano. Perché mentre si dipinge Esposito come il “gioiello” del presente, si dimentica di raccontare con la stessa passione le difficoltà strutturali del nostro calcio: settori giovanili impoveriti, allenatori che hanno paura di lanciare i ragazzi, club che preferiscono pescare all’estero piuttosto che investire seriamente sui vivai.
L’esaltazione mediatica di Pio Esposito è, forse, lo specchio di un Paese calcistico che ha più bisogno di slogan che di programmazione, che imbonisce i suoi tifosi e i suoi stessi giocatori con etichette roboanti, invece di costruire un percorso solido e serio. Il miglior regalo che i media possono fare a Esposito è smetterla di paragonarlo a mostri sacri, ma concedergli il diritto di crescere. In silenzio, con i suoi tempi, senza essere trasformato nell’ennesimo fenomeno mediatico.
Il racconto sulle “eroiche gesta” di Pio Esposito viaggia parallelamente a un sistema ormai fuori controllo nel raccontare le partite. Siamo onesti, dai, non se ne può più: nelle telecronache calcistiche ogni gesto diventa leggenda. Un passaggio elementare? “Illuminante”. Un tiro centrale? “Occasione clamorosa”. Un rinvio in tribuna? “Intervento provvidenziale”. Il racconto del calcio si è trasformato in una specie teatrino, dove la normalità viene spacciata per genialità. Gli spettatori vengono illusi e i giovani si convincono che basta un appoggio laterale per essere fenomeni. La verità è semplice: non tutto è straordinario. A volte un passaggio resta solo un passaggio, come Pio Esposito è Pio Esposito, non (ancora) Leonardo da Vinci. E raccontarlo senza esagerazioni non è noia: è rispetto per il calcio, pr i suoi protagonisti e per chi lo guarda.






