Oscar Schmidt: il basket perde una leggenda
Oscar Schmidt, una leggenda. Per gli appassionati di basket si appassisce un ramo, si riaccendono gli anni ’80 e si ritorna al tubo catodico.
Se n’è andato a 68 anni, nel suo Brasile. Brasile di cui detiene il record assoluto di immagini, presenze e nostalgia.
Oscar è stato uno e trino. Anzi, uno e quinario. One man (show) di proporzioni indefinite, finalizzatore colossale.
Sì è fermato poco sotto i 50.000 (49.737) punti in carriera, fissando un record mondiale superato solo nel 2024 da LeBron James. Un alieno improbabile. La Mão Santa. Che poi non aveva origini divine, ma era frutto di 8 ore di allenamento al giorno e di circa 1000 canestri provati dopo ogni allenamento.
Non è facile scrivere di lui senza lasciarsi sopraffare dall’impeto. Perché Oscar è stato un fuoriclasse iconico pur avendo vinto pochissimo. È stato un tremendo individualista, che però ha fatto diventare una squadra di provincia un big team europeo. L’age d’or a Caserta (1982-1990) ha prodotto “solo” una Coppa Italia (vinta nel 1988 contro Varese), ma faranno sempre olio su tela le due finali scudetto contro Milano (1-2 nella stagione 1985-1986 e 0-3 nella stagione 1986-1987) e, soprattutto, la memorabile finale della Coppa delle Coppe contro il Real Madrid ad Atene (anno 1989). Finale in cui si incendiò il duello contro Dražen Petrović, persa al primo supplementare con un 113 a 117, in cui lasciarono ai posteri 44 punti personali (Oscar) a 62 (Petrović).
Senza dimenticare la sua epopea a Pavia, dal 1990 al 1993, dove ha raccolto una squadra in A2 e l’ha riportata a suon di bombe nella massima serie. Una storia che si ripeteva.
Basket di altri tempi, fatto di fisici più flaccidi sostenuti solo dalle altezze e non dai muscoli. Con schemi molto vicini al “diamogli la palla e vediamo che succede”.
Oscar è un esempio. È l’esempio di come diventare un mito senza lasciar traccia di vittorie dall’ampio respiro. È la sintesi contraria del “Vincere è l’unica cosa che conta”.
La beffa della vita lo ha posto di fronte ad una presunta cospirazione interna nel 1990, costringendolo ad abbandonare Caserta per trasferirsi a Pavia, come dicevamo. E nel 1991 la Juve vince il suo scudetto, al terzo tentativo concreto, sbancando Milano in una incredibile sfida al quinto game. Lo vince senza di lui, ma con due giovani americani chiamati a sostituirne l’appeal sul pubblico (Shackleford e Frank). Una nemesi storica che però lo erge a padre putativo di quel campionato.
Oscar ha ribaltato le abitudini di una città, che si è legata alla pallacanestro con la forma dell’idolatria. Non è poco. E non è un caso che a Caserta, se si pensa ad un uomo simbolo del periodo, si ricada su lui.
Oscar è l’Olanda del ’74 e del ’78. È nelle menti e nelle viscere, pur senza la stelletta.
Media di 35 punti a partita. 13.957 punti in Italia (tra Caserta e Pavia), ne fanno il miglior marcatore straniero della storia.
La sua mano alzata al Palamaggiò era il preambolo del movimento della retina. Mão Santa, dicevamo, che subito crea una relazione d’amore con la Mano de Dios, più volte intravista nell’impianto casertano. Erano amici e non poteva essere altrimenti.
