Il calcio, si sa, non vive di ricordi ma di istantanee. Se domenica scorsa il Napoli sembrava aver riconquistato il diritto di sedere al tavolo delle pretendenti allo Scudetto, la vittoria contro il Sassuolo — paradossalmente — ha lasciato in dote più dubbi che certezze. Non è più una questione di se il crollo avverrà, ma di quando.
Il logorio di un gruppo corto
Dall’inizio di novembre, la macchina azzurra ha proceduto per inerzia e abnegazione, schierando quasi ossessivamente gli stessi undici interpreti per quindici gare consecutive. Il risultato? Una squadra che oggi appare “al limite”, vittima di un logorio fisico e mentale che l’infermeria, ormai satura, non accenna a mitigare.
Nonostante l’assetto tattico trovato da Conte sia apparso a tratti mortifero e tambureggiante, la gestione della rosa rimane il vero tallone d’Achille. La sensazione è quella di un motore spinto costantemente fuori giri, dove le scelte tecniche, anziché offrire ossigeno, sembrano aver accorciato ulteriormente il fiato dei titolarissimi.
Il rebus del mercato e le crepe interne
In questo scenario, le strategie societarie appaiono in aperto contrasto con le necessità del campo. I casi di Lucca, di fatto “scaricato” già a dicembre, e di Lang, ormai separato in casa, sollevano interrogativi inquietanti: si tratta di esclusioni tecniche o di una epurazione dettata da logiche extra-calcistiche?
A rendere il clima ancora più pesante sono state le recenti dichiarazioni pre-match di Antonio Conte. Le sue parole sulla condizione degli infortunati non sono solo cronaca medica; trasudano un’insofferenza mal celata, il segnale di un corto circuito comunicativo — e forse d’intenti — con l’area sanitaria che rischia di destabilizzare l’intero ambiente.
L’ombra dell’autosabotaggio e il bivio europeo
La critica più amara, però, riguarda la sensazione di un autosabotaggio. Poco si può rimproverare alla squadra per l’impegno profuso nell’ultimo mese e mezzo, ma arrivare a questo punto della stagione con il fiato così corto non può essere derubricato a semplice sfortuna. È mancata l’inventiva e la capacità di muoversi su più tavoli da parte del Direttore Manna.
Ora, però, il tempo delle riflessioni sta per scadere: all’orizzonte c’è la sfida di Copenaghen. Un dentro o fuori che non vale solo il passaggio del turno in Champions, ma che sposta equilibri pesantissimi per le casse societarie. Un eventuale passo a vuoto in Danimarca rischierebbe di far apparire le prime, pericolose crepe in quel rapporto tra Aurelio De Laurentiis e Antonio Conte che, finora, era apparso idilliaco. In gioco non c’è solo l’Europa, ma la tenuta stessa del progetto tecnico sotto il peso di una gestione che non ammette più errori.






