Il calcio moderno vive ormai più di narrazioni che di cronaca. Costruzioni artefatte di un realtà opposta a quella vera, data da numeri e statistiche. Il Napoli gioca più di 2/3 di un match di Champions League in casa del City di Guardiola in inferiorità numerica e finisce sotto la lente della critica per aver concluso o palleggiato poco. Non è una barzelletta: è successo veramente.
Così come è successo veramente – i numeri non mentono – che un ragazzo dalle belle aspettative abbia giocato una gara “normale” in Champions League e che la stessa critica che ha condannato il Napoli per i numeri all’Etihad abbia “spacciato” Pio Esposito per Marco Van Basten.
Un debutto normale, ma lanciato in pompa magna
E così capita che un ragazzo di vent’anni, al debutto da titolare in Champions League, diventi in poche ore una sorta di eroe mediatico. Pio Esposito, attaccante emergente, con ampi margini di crescita, ha messo piede sul palcoscenico più prestigioso d’Europa. La sua partita, al netto dell’enfasi, è stata una prestazione onesta, normale, priva di lampi ma anche di errori gravi. I numeri non mentono: 0 goal, xG 0.10, xA 0.15, 73% passaggi precisi, 1 dribbling tentato (0 riusciti).
Ma i numeri, probabilmente, a Milano avranno un valore diverso. Eppure, già dall’ultimo anno di asilo insegnano ai bimbi che zero vale zero. Come i goal di Pio. Oppure del Napoli.
Movimenti corretti, qualche sponda riuscita, una conclusione centrale bloccata dal portiere avversario. Nulla che possa davvero passare agli annali del calcio internazionale (ma anche nazionale). Eppure, all’indomani del match, titoloni roboanti hanno raccontato di una stella già pronta a brillare, di un predestinato che ha retto il peso della Champions come un veterano.
Pio predestinato, Napoli arrendevole: il paradosso del giorno dopo
Nulla di più lontano dalla realtà e il paradosso sta proprio qui: la narrazione mediatica ha gonfiato un episodio di ordinaria normalità, trasformando un debutto da sei in pagella in un romanzo epico. Un atteggiamento che rischia di essere più dannoso che utile. Pio Esposito, come tutti i giovani, ha bisogno di crescere con gradualità, di sbagliare, di imparare dagli errori e di vivere le tappe naturali del suo percorso.
Non è colpa sua se i riflettori lo hanno già investito e chi scrive è certo che la sua qualità verrà fuori, soprattutto se alle capacità tecniche si accompagneranno quelle mentali. Ma certa stampa, forse nel desiderio di compiacere i dirigenti e strizzando l’occhio al pubblico pagante, ha avviato il processo di creazione di una nuova icona nascondendo sotto il tappeto l’unico fatto certo, ossia che la solidità di un campione nasce dal tempo e dalla costanza, non dai singoli novanta minuti.
Il debutto di Esposito in Champions, insomma, è stato quello che doveva essere: normale. L’esaltazione spropositata rischia solo di alterare la percezione e di alimentare aspettative che potrebbero diventare zavorra. Per ora il ragazzo resta un talento in costruzione, un potenziale centravanti come da tempo non ne vediamo in Italia, ma non certo già l’eroe che i titoli forzati hanno voluto raccontare.






