L’ufficialità di Victor Osimhen al Galatasaray ha effettivamente chiuso un capitolo, o meglio, una telenovela dai contorni grotteschi che si trascinava da più di un anno sulle spalle del Napoli. Le condizioni le conosciamo tutte: una vera e propria masterclass del board azzurro e di Aurelio De Laurentiis in persona, che è riuscito a concludere la trattativa imponendo tempi e condizioni.
Ma oggi, in questa mia piccolissima riflessione personale, vorrei soffermarmi più su cosa ci lascia questa storia che sulle questioni tecnico-economiche.
Arrivato nell’estate del 2020 per una cifra che si aggira intorno ai 70 milioni di euro – un record nella storia azzurra – il nigeriano ha fin da subito intrecciato un rapporto di amore e odio con la piazza. Atipico, con quell’esuberanza folle che ha da sempre rappresentato allo stesso tempo la sua grande forza e la sua grande condanna, non ha mai convinto del tutto i palati raffinati della piazza: fa per e per è il commento più generoso fatto nei suoi confronti, e i paragoni con mostri del calibro di Higuain e Cavani si sprecavano, così come i lamenti di nostalgia che non si sono fatti attendere.
Erano proprio le peculiarità delle sue caratteristiche a rendere sbagliato qualsiasi tipo di paragone, e di conseguenza a renderli ingenerosi. I primi due anni della sua avventura a Napoli sono passati tumultuosamente, tra comportamenti molto discutibili, snervanti Coppe d’Africa e infortuni anche gravi (lo scontro con Skriniar), che avrebbero ammazzato anche un toro, ma non Victor Osimhen.
Arriviamo al picco della sua avventura: 2022/23, l’anno del Terzo. Victor e Khvicha, Khvicha e Victor. Le altre 19 squadre di Serie A probabilmente hanno ancora gli incubi, e a ragione. L’uomo mascherato metterà a referto 26 marcature in Serie A e 31 in stagione, chiudendo da capocannoniere e trascinandoci alla conquista del terzo tricolore. Nessuno avrebbe potuto immaginare che, probabilmente, questo sarebbe stato il picco della sua carriera, e credo che nessuno avrebbe potuto immaginare che questo sarebbe stato l’inizio del declino.
“Don’t Look Back in Anger, I heard you say”
Un vecchio brano degli Oasis del ’96, un pezzo di storia della musica che si addice perfettamente a ciò che vorrei esprimere. La storia, come il più classico degli amori tossici, è finita male – a tratti malissimo – e quello che a tutti gli effetti era un eroe popolare, è diventato un urlo di gioia quando si è saputo della buona riuscita della sua cessione.
Arrivando al punto: ha senso ricordarlo con astio o, peggio, applicare la damnatio memoriae nei confronti di un calciatore che ci ha regalato un momento di gioia talmente grande da divenire cristallizzato nel tempo per sempre? Di scudetto ne abbiamo vinto un altro, la società con l’ausilio di Antonio Conte ha allestito una squadra coi fiocchi. Ha senso, dunque, guardare con rabbia al passato?
Napoli non ha mai messo un bavaglio a ciò che sente nel ventre – come Victor – e per questo le reazioni diventano spesso impulsive. Ma Napoli, allo stesso tempo, non riesce a cedere al rancore per troppo tempo, né a cancellare i ricordi. Alla fine, questa natura prende sempre il sopravvento, anche sulla delusione. Accadrà lo stesso anche ora: qui nessuno vuole campare avvelenato.

Fare pace col passato: l’unico trionfo che resta
Questa non è una distribuzione di colpe né tantomeno un’apologia di Victor Osimhen. La rabbia che circonda il comportamento del nigeriano di certo non cancellerà le sue gesta, e tanto vale per Napoli e i tifosi del Napoli accettarlo.
Come vale la pena ricordarlo? Come un bambino viziato e capriccioso o come l’eroe in maschera che portò Napoli sulle ali del trionfo? Qualcuno dirà entrambe le cose, ed avrebbe ragione. Ma se proprio si dovesse scegliere, perché abbandonarsi al rancore?
E visto che sono particolarmente citazionista, quotando American History X:
“L’odio è una palla al piede: la vita è troppo breve per passarla sempre arrabbiati. Non ne vale la pena.”
Fare pace con il proprio passato: c’è sensazione più liberatoria?






