Ci sono momenti in cui un’azienda è tenuta a prendere decisioni importanti. Con un grado di difficoltà molto elevato, con margine di errore nullo. Cioè la condizione in cui il Napoli, probabilmente, si troverà a breve.
Una volta raggiunta la matematica certezza di partecipare alla prossima Champions League. Un tavolo, delle sedie e il futuro davanti. Con o senza Antonio Conte, che comunque ha un altro anno di contratto. Ma le voci si susseguono, e quando avviene ciò significa che qualcosa di vero c’è.
È il gioco delle parti. Ogni attore lancia esche per vedere chi abbocca, per potersi presentare a quel tavolo in una posizione forte.
L’anno scorso Aurelio De Laurentiis si sedette a quel tavolo in netto svantaggio. I motivi sono chiari. Cessione di Kvaratskhelia a gennaio (passata in cavalleria, ovviamente, la gestione sbagliata di Conte supportata dalle sue dichiarazioni di “mea culpa”) e scudetto insperato. Il risultato fu una totale carta bianca data al salentino e promesse mantenute.
Il gioco delle panchine e le possibili scelte
Ci si guarda intorno. Si chiedono disponibilità, candidature. O meglio autocandidature. Ed una di queste richieste di disponibilità, pare, sia caduta su Maurizio Sarri, tra gli altri.
Oltre l’attuale tecnico della Lazio, ex Napoli, i nomi di un eventuale post Conte sono il solito Vincenzo Italiano, che torna ogni volta, Enzo Maresca, Gianpiero Gasperini, Fabio Grosso.
In politica funziona che i primi nomi ad uscire sono proprio quelli che per prima saranno eliminati dalla margherita. Vedremo.
Sarri, dicevamo. Una scelta forte. Non per il tecnico in sé, perché oggettivamente bravo ed anche maturato, ma quanto per il fatto che sarebbe un ritorno clamoroso. Un “letto già disfatto”, per dirla alla Vasco.
A prescindere dai giudizi personali, il ritorno di Sarri andrebbe a spazzare via un dubbio che attanaglia tutti, o quasi, da almeno 10 anni. Aurelio De Laurentiis non ha mai dimenticato il tecnico di Figline.
Le avvisaglie ci sono state nel corso del tempo, ad esempio quando presentò Gattuso dopo l’incredibile esonero di Carlo Ancelotti. Arrigo Sacchi si trasformò in Arrigo Sarri. Refuso ma non tanto. Forse per niente.
Il rischio del ritorno e la questione idee nuove
Le domande sono molteplici. Possibile mai che un club così forte non abbia una idea nuova? Ancorato ad allenatori italiani che allenano in Italia? Cosa c’è che non va così tanto da rifugiarsi nella comfort zone sarrista?
Sono stati così potenti l’impatto e il ricordo di Maurizio nella mente del patron? Ribadiamo. Sarri oggi è un allenatore più completo. Più maturo. E potrebbe fare benissimo a Napoli.
Potrebbe veramente valorizzare un mercato da 200 milioni che quest’anno è stato scadente, volendo usare addirittura un complimento. Chiaro che De Laurentiis, fosse vero il sondaggio al laziale, crede vivamente che possa far esplodere calciatori che ad oggi sono oggetti misteriosi. Allenando il talento e non solamente il sacrificio.
Vedremo. Magari, si spera, avrà ragione lui. Ma ora la coerenza e l’onestà intellettuale impongono una riflessione. Seria.
Perché Sarri? I ritorni nel calcio, probabilmente nel mondo del lavoro, servono a poco. Forse a nulla. Sono solo un modo di prendere un bellissimo ricordo e renderlo cenere.
Serve coraggio. Servono idee nuove. Quelle che fanno brillare gli occhi. Poi se dovesse essere Sarri a far brillare gli occhi a De Laurentiis, lo accettiamo. Così fosse però, il rischio che si sia agito di sentimento e non di ragione è alto.
E questo è molto, molto pericoloso.






