Il Napoli si trova invischiato nella bagarre Champions, dopo la miseria di 5 punti nelle ultime 5 partite. Vittoria solo contro la Cremonese, 2 sconfitte casalinghe con Lazio e Bologna e i pareggi di Parma e Como.
Un calendario tutt’altro che irresistibile ma che è sembrato uno scoglio insormontabile. Fortuna vuole che la prossima gara, decisiva, si giocherà contro il derelitto Pisa.
Spostati quindi di una settimana tutti i discorsi relativi al futuro del Napoli, di Antonio Conte, di Giovanni Manna e della (forse) ennesima rivoluzione che si dovrebbe fare e che chissà se sarà fatta.
Rivoluzione che non si è compiuta col mercato (ad oggi) disastroso dell’estate 2025, quando il Napoli ha avuto assoluta mancanza di coraggio mettendosi totalmente nelle mani di Conte. Errore macroscopico, da società spaventata.
Il decimo posto a Napoli ha fatto più danni della grandine. Si pensa più a quell’annata che alle due trionfali.
Napoli in caduta libera tra limiti tecnici e paura
Pisa, dicevamo. E menomale. Perché il Napoli, per chi non ancora se ne fosse reso conto, è in caduta libera. Nella testa, nelle gambe, nella voglia, nella motivazione.
Dura la vita di chi mette danaro nel sistema. Non solo paga lautamente gli attori protagonisti di questo sport, ma deve pure dar conto a tutto il contorno. Roba da 12enni viziati.
Eppure i segnali c’erano tutti, spessissimo (se non sempre, tranne qualche mosca bianca) si sono esaltate gesta normali. Dati meriti immeritati mentre anni prima, per le stesse cose, qualcuno veniva denigrato. È la paura. Si combatte con difficoltà.
E così, lavorando in un contesto che dà credito illimitato ad eroi senza mantello, gli errori sono all’ordine del giorno.
Gli infortuni? I medici non sono capaci.
I pochissimi gol (dato imbarazzante, peggiore dello scorso anno che già era ridicolo di per sé)? Ovvio, esiste un solo attaccante (uno infortunato e l’altro bocciato prima di subito).
Gioco senza alcun tipo di identità? Non è vero, si domina in lungo e in largo.
Nessun tipo di valorizzazione? E che sarà mai, tutti i club del mondo sbagliano 200 milioni di mercato. Addirittura, per questo aspetto, è stato tirato in ballo dalla piazza il Liverpool ad inizio anno.
Nessuna conferenza stampa pre gara da metà ottobre? Giusto così, la stampa è cattiva e antinapoletana.
Le pezze a colori che piano piano andavano sbiadendosi dietro l’ennesima scusa.
L’importante è smarcare il condottiero, il Napoli viene dopo.
Quando manca coraggio, quando si antepone l’interesse personale a quello aziendale, resta solo un accumulo di rimpianti. Da tutte le parti.
Perché non è il risultato finale, come non lo era l’anno scorso (Napoli si è pure riscoperta risultatista salvo poi virare di nuovo sull’estetica), ma sono tutte quelle componenti il vero problema.
Mercato fallimentare e identità smarrita
Non esiste una identità di gioco. Se mai la stavamo creando, è andata persa troppo presto, segno che alla fine della fiera non era così netta.
La valorizzazione del mercato inutile discuterne. I più attenti “denunciavano” da mesi un mercato fallimentare e la scelta assurda (per non dire altro) di spendere più della metà del budget per calciatori del campionato italiano che al massimo avevano giocato contro la rappresentativa della Val di Non.
E sia lodato il Signore che il Nottingham Forest fece follie per Dan Ndoye, superando l’offerta di 40 milioni del Napoli.
Per inciso, lo svizzero ex Bologna è una comparsa in Premier. Il bistrattato Okafor è stato decisivo per la tranquillissima salvezza del Leeds. Tra i due il paragone nel campionato più difficile in Europa non sussiste.
Nessun calciatore preso dal Napoli ha aumentato il valore grazie alle prestazioni. Tranne quelli, pochissimi, più giovani ma anche in questo caso la crescita è ridicola.
A proposito di età. Tutto questo con una media età che per il calcio che conta è anacronistica. In netta controtendenza con l’Europa.
Il Napoli era la società con la mentalità più europea d’Italia. Oggi è risucchiata nel vortice insieme a club che non potrebbero nemmeno accendere la luce nei bagni.
Ma non disperiamo. La colpa già si sa su chi cadrà. L’eroe senza mantello sarà il Masaniello di turno.
E così via, ciclicamente. Anche se questa volta non ci saranno i Kvaratskhelia, i Kim, gli Osimhen. Ma calciatori in là con l’età che non hanno visto la loro qualità valorizzata.
Solo volta al sacrificio, alla trincea, alla guerra.
Non al talento.
Quel talento infinito che è ancora motore che fa girare questa macchina chiamata Calcio.






