Legittimo criticare Conte, ma con moderazione
Chiariamo subito: la critica è legittima. Ci sono diversi elementi su cui basare un’analisi sulla gestione Conte 2025-2026, in un senso o nell’altro. Ma mettere in discussione il tecnico salentino proprio ora che la qualificazione in Champions League non è ancora matematicamente blindata è un esercizio di autolesionismo puro. Criticare la guida tecnica in questo momento delicato, pur essendoci valide motivazioni ampiamente discusse, rischia di passare da critica, per quanto costruttiva, ad attentato al Napoli, minando quella stabilità necessaria per tagliare il traguardo economico e sportivo più importante. A Champions ottenuta, le belve potranno uscire fuori e pasteggiare su Conte. O portarlo in processione a Pompei. Ma al di la di tutto, restiamo fermamente convinti che bisogna avere fiducia nelle scelte di Aurelio De Lauentiis: sia che decida di proseguire con il tecnico salentino, sia che scelga una strada diversa. E se alla fine De Laurentiis dovesse decidere di voltare pagina, tornando a pescare nel serbatoio dell’identità e del gioco, il nome che oggi scalda l’ambiente è quello di Maurizio Sarri.
Maurizio Sarri ha portato la Lazio in finale di Coppa Italia dopo aver eliminato l’Atalanta ai calci di rigore. È un fatto che pesa. In una stagione segnata dalle ristrettezze del mercato biancoceleste (cessioni obbligate, innesti modesti, budget tra i più contenuti della Serie A) l’allenatore di Figline ha estratto dal cilindro una squadra riconoscibile, coesa e in grado di reggere il confronto con formazioni più ricche di talento e risorse. Diciamola tutta: ha fritto il pesce con l’acqua, trasformando limiti strutturali in virtù tattiche.
La conquista della finale nazionale è la dimostrazione più recente di una qualità che Sarri ha sempre posseduto, ma che negli anni si è affinata, ossia la capacità di massimizzare ciò che ha a disposizione. E proprio questa capacità rende oggi il suo nome accostabile al Napoli con un interesse che, per fortuna, va oltre la nostalgia. Sarebbe, potenzialmente, la chiusura di un cerchio su basi diverse.
Sarri, rispetto alla sua esperienza napoletana, è cambiato. E lo ha fatto in modo evidente, misurabile, tatticamente concreto. Il “Sarrismo 2015-2018” era un sistema quasi dogmatico, un 4-3-3 rigido, possesso ossessivo, pressing alto, costruzione dal basso a ogni costo, linee di passaggio prestabilite. Funzionava a meraviglia grazie a interpreti straordinari (Albiol, Callejon, Hamsik, Insigne, Mertens, Koulibaly ecc.) ma mostrava limiti quando la squadra incontrava avversari in grado di interrompere il ritmo.
Le esperienze successive hanno agito da correttivi potenti. Al Chelsea, Sarri ha dovuto confrontarsi con la fisicità e la velocità della Premier League, imparando a gestire transizioni più rapide, a concedere qualcosa sul possesso per guadagnare in intensità verticale, a variare il baricentro della squadra in base ai momenti della partita. A Torino, con la Juventus, ha incontrato una rosa diversa per mentalità e composizione: ha dovuto integrare elementi di maggiore pragmatismo difensivo lavorando sulla compattezza di reparto e ha capito che il risultato, in determinati contesti, vale più della purezza estetica. Ha conquistato uno scudetto giocando un calcio meno prevedibile.
L’attuale Lazio è il frutto di questa evoluzione cumulativa. Il modulo di base resta, ma è diventato più elastico. La pressione alta non è più un obbligo ma uno strumento selettivo, alternato a momenti di attesa organizzata e ripartenze. La costruzione dal basso è più estemporanea: quando serve, Sarri non esita a mandare palla lunga o a cambiare fronte con un lancio di decine di metri. La fase difensiva è curata con maggiore attenzione, senza rinunciare all’aggressività ma evitando quelle esposizioni che un tempo potevano costare caro. Sarri, oggi, è meno ideologo e più ingegnere: legge la partita, legge i giocatori a disposizione e adatta il sistema senza tradire i principi di fondo.
È esattamente questa versione aggiornata del tecnico che può interessare e non certo quella degli anni 2015-18, con tutto il corollario di narrazioni stucchevoli (quelle letture politiche, sociologiche e ideologiche che schiacciarono il percorso del Napoli in una metafora di lotta di classe o di ribellione al sistema). Quella narrazione, alimentata da una comunicazione spesso iperbolica, finì per trasformarsi in un boomerang. Quando Sarri scelse di misurarsi con le realtà globali del Chelsea e della Juventus, fu infatti etichettato come un traditore di una causa che, in realtà, apparteneva esclusivamente all’immaginario collettivo che alla sua reale dimensione professionale. Il Sarri “rivoluzionario” ha lasciato il posto a un Sarri “professionista d’alto bordo”, ed è a quest’ultimo che il calcio italiano deve guardare.
Il Sarri del 2026 è un allenatore che ha attraversato campionati diversi, ha capito che il calcio è anche contesto, tempismo e gestione delle risorse umane. Se il Napoli decidesse di chiamarlo, un giorno, lo farà con la lucidità di chi sceglie un tecnico per ciò che sa fare oggi, non per ciò che rappresentava ieri. E Sarri, da parte sua, ha dimostrato alla Lazio di saper ancora sorprendere. Con poco. Anzi, con pochissimo. Il resto è solo retorica. E la retorica, in questo caso, è l’unica cosa che davvero non serve.






