La relazione Gravina: una notevole mossa Pilatesca
La relazione pubblicata dalla Figc sullo stato di salute del calcio italiano è un documento certamente utile ma è anche un esercizio politico tardivo. Utile perché finalmente mette nero su bianco ciò che da anni è sotto gli occhi di tutti: un sistema che produce sempre meno talento, valorizza poco i giovani, consuma più di quanto genera, si muove dentro strutture obsolete e continua a perdere competitività e prospettiva. Tardivo, perché questa analisi arriva non nel pieno della responsabilità, ma nel momento in cui quella responsabilità si è ormai dissolta.
Si apre finalmente il nodo politico della vicenda, in quanto il cuore della relazione è sì nei numeri ma anche nella narrazione che li accompagna. Gravina, in sostanza, sostiene che il calcio italiano sia rimasto fermo non per assenza di idee, ma per l’impossibilità concreta di intervenire: i veti delle Leghe, i limiti imposti dalla normativa europea, l’inerzia della politica, le resistenze delle componenti, i vincoli del sistema. Tutto plausibile. In molti casi, persino condivisibile. Ma non per questo sufficiente ad assolvere chi, quel sistema, lo ha guidato per anni.
Una cosa è denunciare la paralisi, un’altra è averla amministrata.
L’ex presidente federale aveva compreso da tempo la profondità della crisi, ma non disponeva degli strumenti per affrontarla fino in fondo. È davvero così o si tratta di una linea di autodifesa legittima, ma politicamente fragile? Molte delle criticità descritte, infatti, non sono emerse all’improvviso ma si sono aggravate nel tempo sotto la sua gestione. Inoltre, chi occupa la massima carica federale non può limitarsi a registrare l’esistenza degli ostacoli ma ha il dovere di assumersi il rischio dell’impopolarità, di forzare gli equilibri, di rendere la battaglia per le riforme più forti della tentazione per la conservazione.
La sensazione è che Gravina abbia preferito governare la complessità con equilibrio politico anziché metterla in crisi. Ha privilegiato la tenuta istituzionale più che l’urgenza del cambiamento. È una postura che può garantire sopravvivenza politica, ma che quasi mai produce riforme profonde e strutturali. Il calcio italiano dal suo canto, ormai da anni, non aveva bisogno di manutenzione ordinaria bensì bisogno di una revisione netta, decisa, radicale.
I numeri richiamati dalla relazione sono, sotto questo profilo, quasi impietosi. La Serie A è uno dei campionati più anziani d’Europa. Gli italiani selezionabili per la Nazionale sono sempre meno. Gli Under 21 trovano uno spazio residuale, quasi simbolico. Le Nazionali giovanili vincono o competono, ma i loro talenti si disperdono prima di arrivare al calcio che conta. Il professionismo è quasi insostenibile in rapporto ai costi. E gli stadi restano il segno più evidente di un’arretratezza strutturale.
Una domanda semplice: se il quadro era così chiaro, se la diagnosi era così nitida, perché questa verità non si è trasformata in azione politica quando c’era ancora il tempo per farlo?
Nessuno ignora o nega che il calcio italiano sia una macchina complessa, in cui ogni riforma si scontra con interessi consolidati, ma è precisamente per questo che la guida della FIGC dovrebbe coincidere con una funzione di rottura, non di conservazione o di adattamento.
E invece quelle verità, per troppo tempo, sono rimaste chiuse nei dossier. Sono state rinviate, ma il rinvio, è sempre stato la forma più elegante dell’immobilismo.
Per questo la relazione di Gravina finisce per avere un effetto paradossale: illumina il disastro, ma insieme rende ancora più visibile la responsabilità di chi quel disastro lo ha attraversato al vertice senza cambiare il corso delle cose.
Si certamente può riconoscere che una parte delle colpe stia altrove: nelle Leghe, nei club, nella politica, nella debolezza del sostegno pubblico. Ma sarebbe un errore alleggerire la responsabilità federale. La crisi del calcio italiano non è, infatti, figlia soltanto dei suoi “nemici” esterni ma il prodotto di una lunga stagione in cui si è preferito convivere con i problemi, anziché affrontarli fino alle estreme conseguenze.
La relazione di Gravina dice cose giuste, ma le dice troppo tardi. E quando l’illuminazione arriva dopo la gestione del potere, rischia di somigliare meno a un atto di verità. Diventa quasi un tentativo di sottrarsi alle responsabilità del proprio percorso.




