La fotografia è chiara. Victor Osimhen segna il gol qualificazione contro la Juventus e non esulta. Certo, ci potrebbero essere mille motivi. Ma se teniamo in considerazione anche la litania comunicativa pre gara del nigeriano, il quadro sembra più chiaro. E se facciamo un breve excursus nel passato, dalla famosa Pec per Spalletti, il quadro diventa inequivocabile.
Il Napoli, nell’aprile 2023, si appresta a vincere lo scudetto, il terzo della sua storia e il primo dell’era De Laurentiis. Ma il patron, oltre quello, crede in altro. In quella Champions che, in quel momento, sembrava avere un’autostrada verso la finale, visto che dal lato del Napoli c’erano Milan ed Inter, entrambe dominate in campionato. Il Napoli però uscì ai quarti, proprio contro i rossoneri.
Torniamo a De Laurentiis. La semifinale mancata se l’è legata al dito, tanto che a più riprese ha sempre detto “prima o poi parlerò e dirò cosa successe in quei mesi”. Le informazioni in possesso sono molteplici e permettono di non volare troppo con la fantasia. Anzi, siamo sicuri che, in linea di massima, le cose andarono nel seguente modo.
Cristiano Giuntoli, ex direttore sportivo, da buon regista quale era diventato, si accordò con la Juventus a campionato inoltrato. Promise al nuovo corso bianconero di portare con sé il meglio di Napoli. Ad iniziare dal capitano Giovanni Di Lorenzo (amore che è restato pure l’anno dopo, prima dell’intervento di Antonio Conte direttamente sul giocatore), passando per Victor Osimhen e finendo a Kvicha Kvaratskhelia per il quale avrebbe potuto sfruttare l’articolo 17, dettaglio fondamentale che lo stesso Giuntoli conosceva bene, avendo lui in prima persona contrattato con l’agente del georgiano, Mamuka Jugeli.
Il nuovo corso juventino non sarebbe finito qui. A dirigere l’orchestra doveva essere Luciano Spalletti, l’allenatore del “miracolo” napoletano. Colui il quale aveva valorizzato il parco calciatori, giocava da dio e si apprestava a vincere lo scudetto dominandolo. Tutto questo non solo sarebbe servito alla Juventus per risanare conti e arrivare piu facilmente alla vittoria, ma anche per depotenziare la macchina di De Laurentiis in quanto sana, impeccabile, seria. Soprattutto vincente a quel punto.
Giuntoli aveva fatto i conti senza De Laurentiis
Disegno perfetto. Due piccioni con una fava. Ma nessuno di loro aveva fatto i conti con il terzo incomodo. Colui il quale aveva la forza, la volontà o solo lo sfizio di far saltare il banco: Aurelio De Laurentiis.
Con ogni probabilità il patron del Napoli annusò il pericolo. C’erano cose che non gli quadravano. Forse atteggiamenti, frasi dette e non dette, sguardi. E decise di intervenire.
Lasciò andare Giuntoli senza patemi (non poteva fare altro in quel caso), trattenne Osimhen con 10 milioni di ingaggio anche sapendo di non fare una cosa giusta per la politica storica del Napoli, rischiò molto con Kvaratskhelia e il suo articolo 17 (l’avrebbe venduto per 120 milioni l’anno dopo senza il veto di Conte, si “accontentò” di 75 milioni a gennaio 2025).
Ebbe un braccio di ferro anche abbastanza lungo e duro con Giuffredi per Di Lorenzo e soprattutto bloccò ogni velleità di Spalletti, lasciandolo a piedi per la sua forza contrattuale che scientificamente mette esercita. Alla faccia dei contratti lunghi di millemila pagine. Sempre siano lodati. Dopodiché, ai continui “no” di tutti gli allenatori contattati per il nuovo corso, si affidò a Rudy Garcia avendo la contezza che quello sarebbe stato un anno “provvisorio” del suo percorso da presidente (basta vedere il contratto fatto all’epoca al tecnico francese per capirlo).
Spalletti si accontenterà della nazionale italiana e fallirà. Così come il Napoli finirà decimo. Uno a Uno e palla al centro.
L’anno dopo ecco Conte. Ed ecco lo scudetto. A Spalletti è restato solo ribadire, sia chiaro giustamente, che quel Napoli era anche e soprattutto figlio della sua gestione. Come a rimarcare la bontà del suo progetto. È vero, ha fatto bene a dirlo. Ma torniamo al presidente, vero attore protagonista.
Se De Laurentiis fosse stato meno attento, avesse amato meno la sua creatura, se fosse stato “poco conoscitore” di calcio (accusa incredibile sempre mossa dalla piazza) alla Juventus vedevamo, dall’agosto del 2023, l’attacco Kvaratskhelia – Osimhen, Di Lorenzo terzino e Spalletti ad allenarli. Oltre a Giuntoli con il suo mercato cucito sulle caratteristiche del tecnico (a chi somiglia-va Thiago Motta?).
De Laurentiis non scelse la strada imprenditoriale. Avrebbe potuto incassare una mare di soldi da quelle operazioni, che non solo avrebbero garantito ancora più solidità, quindi credibilità, ma anche un radioso futuro per la sua azienda. Scelse la strada della dignità. La strada del lavoro, del sacrifico. La strada del tifoso vero. Forse per la prima volta si svestì dei panni aziendali e indossò i panni di ognuno di noi.
Se questa piazza si fermasse un attimo, lo capirebbe. Se togliesse dalla mente i pregiudizi ormai ventennali, apprezzerebbe tanto. Se la smettesse di creare eroi ad ogni piè sospinto, potrebbe davvero ammettere che questo Napoli è figlio di visione e di amore. Perché dignità e amore spesso sono le facce della stessa medaglia. Quella medaglia che è appesa al collo di Aurelio De Laurentiis.






