L’Italia cade ancora. Stavolta ai rigori contro la Bosnia. E il risultato è lo stesso degli ultimi anni: niente Mondiale. Per la terza volta consecutiva. Un fallimento che non è più nemmeno sorprendente, ma strutturale. L’ultima apparizione azzurra alla Coppa del Mondo risale al 2014: ormai non è più un ricordo, è un reperto archeologico. Esattamente come lo sono FIGC e Lega Serie A.
Il calcio italiano, tra dinosauri e reperti archeologici
I dinosauri hanno dominato la Terra per milioni di anni, prima di estinguersi circa 65 milioni di anni fa. I loro resti sono stati scoperti secoli dopo, studiati, catalogati, messi nei musei. Eppure, a ben vedere, alcune di quelle specie sembrano non essersi mai estinte davvero. Non almeno nel calcio italiano.
Negli organi che governano il nostro calcio sopravvivono figure immobili, attaccate alla poltrona, con una visione limitata al proprio orticello fatto di equilibri, consensi e convenienze. Il mondo attorno cambia, evolve, corre. Loro no. Restano lì, immobili, mentre tutto il resto li supera.
E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Tre Mondiali consecutivi senza Italia: un evento mai accaduto in oltre un secolo di storia per una Nazionale che quel trofeo lo ha alzato quattro volte. Una crisi profonda, sistemica, che non riguarda solo il campo ma tutto il movimento.
Il paradosso è evidente: mentre il calcio italiano affonda, lo sport italiano vola. Negli ultimi dodici anni, ogni disciplina ha conosciuto una crescita esponenziale. Atletica, tennis, Formula 1, pallavolo, nuoto. Persino rugby e baseball. Le Olimpiadi di Parigi hanno segnato il record storico di medaglie. Il tennis vive un’epoca irripetibile con Sinner, Musetti, Cobolli. In Formula 1 emerge Antonelli. Ovunque talenti, ovunque risultati.
Ovunque, tranne nel calcio.
E il filo conduttore è quasi ironico nella sua evidenza: nessuno di questi sport è gestito da Gabriele Gravina. Lo stesso Gravina che guida la FIGC e che ha accompagnato l’Italia in due delle ultime tre esclusioni mondiali. Lo stesso che parla di “Juventus brand da tutelare“ mentre il prodotto, nei fatti, perde valore e credibilità.
Senza una rivoluzione, il futuro è già scritto
Sia chiaro: ridurre tutto a Gravina sarebbe semplicistico. Sarebbe la classica soluzione all’italiana: trovare un colpevole e pensare di aver risolto il problema. La realtà è più complessa. Serve una alleanza tra FIGC, Leghe e Governo per provare a ricostruire qualcosa che oggi sembra irrecuperabile.
Ma è altrettanto vero che il pesce puzza dalla testa. E quando la testa è marcia, non si può pensare di salvarla. Va cambiata. Subito. Senza aspettare consigli federali, tavoli tecnici o settimane di riflessioni che spesso servono solo a prendere tempo.
Il calcio italiano ha bisogno di una rifondazione vera. Non maquillage, non riforme di facciata. Serve una nuova classe dirigente, idee nuove, una visione moderna. Serve il coraggio di tagliare con il passato, di eliminare quei “dinosauri” che continuano a occupare posizioni chiave senza produrre risultati.
Servono anche risorse, certo. Ma soprattutto serve competenza. E meritocrazia. Parole che oggi sembrano quasi fuori contesto.
Nel frattempo, il sistema continua a guardarsi allo specchio senza riconoscere i propri difetti. Arbitraggi discutibili ogni domenica, soluzioni che guardano indietro invece che avanti: via Open VAR, via trasparenza, ritorno all’opacità. Un passo indietro continuo, costante, quasi ostinato.
E allora la domanda non è più “come si esce da questa crisi”, ma se davvero si voglia uscirne.
Perché la sensazione è che, anche stavolta, non cambierà nulla. Che a Gravina seguirà un altro Gravina. Che alla prossima eliminazione si cercherà un altro capro espiatorio. Che il sistema continuerà a proteggere sé stesso.
E nel frattempo, il calcio italiano resterà fermo. Immobile. Preistorico.
Esattamente dove lo abbiamo lasciato.






