Che carattere riuscire a battere Israele così, in una partita così pazza! Perdonatemi: ma quale impresa? L’Italia è talmente abituata a livellarsi verso il basso che una vittoria del genere passa addirittura per una prestazione di carattere. Bah.
Un tempo l’Italia era un’eccellenza mondiale
Ci sono stati periodi lunghissimi, decenni, in cui l’Italia calcistica incarnava un’eccellenza riconosciuta ovunque. Tra gli anni ’80 e ’90 l’Italia era sinonimo di tecnica sopraffina, intelligenza tattica e competitività ad altissimo livello. Una tradizione che trovava linfa nella Serie A più ricca e prestigiosa del mondo, popolata da fuoriclasse italiani e stranieri che alzavano l’asticella della qualità complessiva.
Oggi, a distanza di trent’anni, la situazione è profondamente mutata: la Nazionale fatica a imporsi, vive cicli brevi e discontinui, e soffre un evidente impoverimento tecnico.
Dal Mondiale del 198 agli Europei del 1988, dalle finali mondiali del 1990 e del 1994, passando per la semifinale dell’Europeo 2000 e il trionfo di Berlino nel 2006, l’Italia era quasi sempre protagonista sul palcoscenico internazionale. Il “made in Italy” calcistico produceva difensori di scuola sopraffina (Baresi, Maldini, Nesta, Cannavaro), registi di spessore (Ancelotti, Albertini, Pirlo), attaccanti di talento e carisma (Vialli, Baggio, Del Piero, Totti, Vieri, Inzaghi).
A far da cornice, un campionato domestico in cui ogni squadra, anche di media classifica, poteva schierare campioni assoluti.
Il Confronto generazionale dagli anni ’80/’90 ad oggi lascia impietriti

Portieri. Zenga, Buffon, Peruzzi, Tacconi: personalità, con tecnica tra i pali e leadership internazionale. Oggi, Donnarumma è l’unico nome di livello mondiale, ma dietro di lui il vuoto è preoccupante.
Difensori. Baresi, Maldini, Nesta, Cannavaro, Costacurta: eleganza, senso tattico, anticipo e capacità d’impostazione. Oggi, buoni difensori come Bastoni e Di Lorenzo, ma la scuola italiana non produce più marcatori carismatici. •
Centrocampisti. Albertini, Ancelotti, Pirlo, Donadoni, Gattuso. Registi raffinati e mezzali di corsa, in grado di dettare i tempi e dominare la scena internazionale. Oggi: Barella e resta un punto di riferimento, ma mancano interpreti in grado di unire fantasia e tecnica. I talenti offensivi sono rari, i registi creativi quasi scomparsi.
Attaccanti. Vialli, Mancini, Baggio, Del Piero, Totti, Inzaghi, Vieri. Un ventaglio di scelte che copriva ogni tipo di attaccante: dal fantasista al bomber d’area. Oggi: Immobile e Belotti hanno retto per anni senza mai imporsi a livello internazionale; Kean, Scamacca e Raspadori sono ancora incompiuti. Il paragone con i grandi del passato è impietoso.
Con l’inizio degli anni Duemila la parabola inizia a cambiare. La Serie A perde centralità, superata economicamente da Premier League, Liga e Bundesliga. Il sistema diventa arretrato dal punto di vista strutturale. Le società italiane investono meno nei vivai, preferendo l’acquisto di stranieri spesso di seconda fascia. Il risultato è un impoverimento della “panchina lunga” di talenti italiani, soprattutto in ruoli chiave come attacco e centrocampo.
Il bombone esplode con i mancati Mondiali: 2018 e 2022 restano ferite aperte, simboli di un sistema che non produce più campioni in serie. Il trionfo all’Europeo 2021, pur straordinario, appare come un’eccezione più che come la regola, frutto di un mix di spirito collettivo e intuizioni tattiche di Roberto Mancini.
Il rilancio del nostro calcio non può che passare da un investimento strutturale sui giovani, da una Serie A che torni a dare spazio e responsabilità agli italiani e da una federazione capace di tracciare una rotta stabile. Ma serve soprattutto coraggio: il coraggio di lanciare talenti (Totti non sarebbe stato Totti senza il coraggio dell’allenatore della Roma), di costruire una nuova identità tecnica, di riportare l’Italia a incarnare non solo la storia, ma anche il futuro del calcio.






