Nessun complotto, ma solo ostilità
C’è un equivoco di fondo che va chiarito una volta per tutte.
Non esistono complotti.
Non esiste una regia occulta.
Non esiste un “sistema” che decide a tavolino contro il Napoli.
Gli arbitri sono semplicemente scarsi. Punto.
E lo dimostra la storia recente, non le chiacchiere.
Un club che vince uno scudetto all’ultimo secondo, come è successo al Napoli, non è un club vittima di un disegno.
Una squadra che appena una settimana fa riceve un rigore tecnicamente ridicolo al novantesimo contro il Genoa non può parlare di persecuzioni.
Questi sono fatti, non interpretazioni.
La verità è un’altra, ed è molto più scomoda.
Nel 2026 non scendono più in campo solo undici giocatori.
Scendono in campo tifosi, opinione pubblica, stampa, società.
Scende in campo il racconto.
Scende in campo il peso politico-sportivo.
E oggi, su questo terreno, il Napoli è fragile.
Non per colpa degli altri, ma per colpa nostra.
Esiste un’ostilità mediatica evidente, sì.
Esiste una stampa “nemica” che lavora in modo compatto, coordinato, spesso scorretto.
Ma non li biasimo.
È il gioco delle parti.
Anzi, per certi versi li rispetto: sono coesi, fanno sistema, difendono il proprio territorio.
Il problema vero è il nostro.
La stampa campana oggi è passiva, scialba, mai realmente schierata.
Non prende posizione, ma amplifica le voci esterne.
Riporta le narrazioni avversarie, le rilancia, le legittima.
E così facendo mette il Napoli e i suoi tifosi in pasto al racconto altrui.
Questo è un problema enorme.
Perché il Napoli oggi si regge quasi esclusivamente sulla forza spaventosa di Antonio Conte.
Un allenatore che rappresenta, da solo, un argine tecnico, emotivo e simbolico.
Ma attorno a lui il club non è ancora strutturato come dovrebbe, soprattutto sul piano politico-sportivo.
Mancano figure di peso.
Mancano dirigenti capaci di stare in quel livello di conflitto, di comunicazione, di pressione.
E questa non è una colpa, è una responsabilità da assumersi.
Perché se oggi gli avversari sono così aggressivi, così ossessivi, così nervosi, il motivo è uno solo:
timore sportivo.
Impazziscono perché un allenatore di questa grandezza ci rappresenta.
Impazziscono perché in tre anni sono arrivati due scudetti.
Impazziscono perché abbiamo appena vinto anche una Supercoppa nazionale.
Impazziscono perché il Napoli ha costruito un patrimonio vero, frutto di lavoro manageriale, non di improvvisazione.
E allora attaccano.
È normale.
È legittimo.
Quello che non è accettabile è che noi ci dividiamo.
Il territorio napoletano è una forza della natura.
È invadente, passionale, totalizzante.TOTALITARIO.
È uno dei territori più legati al calcio al mondo.
Se fosse compatto, sarebbe devastante.
E invece litighiamo.
Ci dividiamo sulle colpe.
Ci scanniamo sulle posizioni.
Diamo addosso al club.
Diamo addosso ai nostri beniamini.
È un errore clamoroso.
Il valore è già qui.
Non saremo mai il centro del potere sportivo, ed è giusto così: il potere lecito deve esistere.
Ma possiamo combatterlo.
Possiamo contrastarlo.
Possiamo stare in piedi.
Insieme.
Soprattutto adesso.
In una stagione difficile, con una squadra rimaneggiata, colpita dagli infortuni, attraversata da momenti complessi.
Qui non si tratta di alibi.
Si tratta di responsabilità collettiva.
Oggi non serve piangere.
Serve scendere in campo.
Tutti.
Con la squadra.
Con l’allenatore.
Con i colori.
Perché questo Napoli non ha bisogno di protezione vittimistica.
Ha bisogno di unità, lucidità e orgoglio.
E il resto, come sempre, lo dirà il campo.
Possiamo dire la nostra. Soprattutto in questo momento storico.
Così. Con orientamento.






