Il Napoli ha una certezza: Aurelio De Laurentiis
Antonio Conte saluta Napoli e lo fa alla sua maniera, voltandosi indietro a guardare la bacheca, rimpinguata rispetto al suo arrivo, fiero di aver raddrizzato una nave che rischiava di imbarcare acqua, e rivendicando con la consueta, granitica certezza i risultati sportivi raggiunti.
Ha preso una squadra ferita, sbandata, confusa e le ha ridato un’anima, ha preteso (e ottenuto) il massimo. E ora? Siamo ai titoli di coda. C’est la vie, direbbero i francesi. In realtà è semplicemente Conte, un manager che consuma tutto alla velocità della luce, ma che lascia sempre un’eredità di vittorie.
Eppure, mentre i riflettori si spostano inevitabilmente sui nomi del suo successore, l’addio di Conte ci costringe a guardare un quadro molto più ampio.
La narrazione attorno al Napoli, da oltre un decennio, segue un copione ciclico e quasi noioso: l’annuncio dell’apocalisse imminente.
A Napoli tanti annunci di presunti ridimensionamenti, ma la realtà è diversa
Quante volte abbiamo sentito la parola ridimensionamento sussurrata all’ombra del Vesuvio? Praticamente a ogni estate cruciale. Facciamo un passo indietro e ricordiamo qualche momento di questa epopea, partendo dall’addio dei “Tenori” (Cavani e Lavezzi). Finita l’era del Pocho e del Matador, si pensava che il Napoli sarebbe tornato nel limbo della classe media. Risposta: arrivano Benítez, Higuaín e una dimensione internazionale mai vista prima. Ancora: quando Higuaín scelse Torino, il dramma sportivo sembrava insanabile. Risposta: il modulo stellare di Sarri e il record di punti. Oppure: la fine di un’era (Mertens, Koulibaly, Insigne). L’estate del 2022 sembrava quella dello smantellamento totale, l’anno zero delle contestazioni. Risposta: lo Scudetto dei record con Osimhen e Kvaratskhelia. Ogni volta che il Napoli ha perso un pezzo di cuore, di tecnica o di leadership – che si trattasse del carisma di Benitez in panchina o dei gol di Mertens – il verdetto della piazza era già scritto: “Il calcio a Napoli è finito” (o, inglesizzando, era giunta l’ora del “downgrade”). E invece? Niente di tutto questo. L’unica vera costante è il modello di gestione societaria scelto da Aurelio De Laurentiiis. Se gli allenatori passano (anche i più grandi e vincenti come Conte) e i campioni cambiano maglia, com’è possibile che il Napoli sia rimasto stabilmente ai vertici del calcio italiano ed europeo per oltre quindici anni? La risposta è nell’unica vera garanzia che dura nel tempo: la visione e la gestione sostenibile di Aurelio De Laurentiis. Mentre il calcio italiano si indebitava oltre ogni logica, il patron azzurro ha tracciato una linea retta e non ha mai deviato di un millimetro. Bilanci in ordine, scouting visionario, nessuna follia salariale (ad eccezione dell’ultima campagna acquisti targata Conte) e la capacità di rigenerarsi quando tutto sembrava perduto. Il Napoli non è cresciuto nonostante gli addii di Cavani, Higuain, Koulibaly o Conte; è cresciuto grazie alla capacità di metabolizzarli. La sostenibilità aziendale, spesso scambiata per mancanza di ambizione, si è rivelata il più potente degli scudi competitivi. Antonio Conte va via, lasciando un Napoli che ha ritrovato l’orgoglio e i risultati che gli competono. Ha fatto il suo lavoro, e lo ha fatto bene, da professionista d’élite qual è. Ma l’errore più grande che si possa fare oggi è cadere di nuovo nella trappola del catastrofismo. Il sistema Napoli ha dimostrato di essere più forte dei singoli interpreti. Se ne va un grande regista, è vero, ma il produttore ha già dimostrato di saper scrivere un nuovo successo. A Napoli, in questo Napoli, i sogni non si comprano a debito ma si programmano.





