La saggezza popolare afferma che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, e il sottoscritto è fondamentalmente d’accordo. Ma, se potessi aggiungere qualcosa a un proverbio di così profonda verità, direi che la strada per il limbo è lastricata di “se” e di “ma”. E se ad arrostire sulla graticola ci vai a furia di propositi mai completamente realizzati, a una situazione di stasi ci arrivi a botta di “se avessi fatto questo”, “se avessi scelto così”, “ma se avessi preso quella strada”.
Ecco, è uno spunto di riflessione interessante che ben si può applicare al dibattito — ormai ampiamente naufragato — sul dualismo Kvara-Leão che, puntualmente, a ogni superba prestazione del georgiano riemerge incontrollabile. Potere dei social e del loro eterno flame, e lo dice uno che è stanco di sentire sempre “eh, i milanisti dicevano fosse meglio Leão”, come se difendere un proprio calciatore ed esaltarne le caratteristiche fosse un dramma.
La differenza fra Kvara e Leão
Ma comunque, tornando a noi: è realmente corretto affermare che la differenza tra il georgiano e il portoghese l’abbiano fatta i contesti differenti? È davvero giusto dire che Kvaratskhelia abbia fatto un ulteriore salto rispetto a Rafa solo perché se n’è andato da Napoli per approdare a Parigi? Empiricamente è corretto, e fondamentalmente è così. Ma qual è la verità dietro queste teorie?
La banale e semplice verità è che un cambiamento deriva pur sempre da una spinta di carattere individuale. Il contesto fa la differenza, ma se non sei davvero intenzionato a migliorarti, quello da solo non basta. Si dice “aiutati che Dio ti aiuta”, no? Sinceramente, Rafa ha mai fatto qualcosa per aiutarsi? Ecco, no.
E qui si ritorna ai “se” e ai “ma”, perché secondo l’umile opinione del sottoscritto il treno è bello che andato per il rossonero: you’re nearly 30 son, semicit. E se nemmeno Allegri ti ha tirato fuori qualcosa, beh…
Molto semplicemente — e credetemi, va benissimo così — Rafa si è accontentato di quello che è, senza prendersi la briga di scoprire cosa potrebbe essere. Che si sia cullato troppo sul suo enorme — perché è enorme — talento, o che si sia lasciato troppo distrarre da altro, non conta. Conta solo che di lui si potrà parlare solo del “cosa sarebbe potuto essere”, mai del “cosa è stato”, perché il futuro se l’è cristallizzato con le sue mani.
E ripeto: va bene così. Magari a lui non importa nemmeno, magari semplicemente lo sforzo non vale la candela. Vedetelo come un’onda: ha avuto dei picchi altissimi, ma anche vallate profonde, senza mai un minimo di stabilità. E se anno dopo anno tutti ti dicono che ciondoli, che sei fortissimo ma potresti dare di più, che “questo è l’anno buono” per la tua esplosione… beh, qualche domanda sorge spontanea.
Magari al PSG sotto Luis Enrique sarebbe diventato un campione assoluto, magari con un’altra società sarebbe stato più in riga. Ecco: magari, magari, magari. È un girotondo infinito.
Un’altra chiave di lettura
Oppure la si potrebbe vedere in un altro modo, ossia che fondamentalmente sia sempre stato questo, né più né meno, e che tutto l’hype, le aspettative e i “se” glieli abbiano creati i milanisti: vuoi per proteggerlo, vuoi perché è stato uno dei calciatori comunque più forti dopo anni di crudele banter era. E che alla fine la ciccia fosse quella che si è vista fino ad ora. Forse non sono mai esistiti i “se” e i “ma”. Magari Rafa è corsa, corsa, corsa e dribbling quando ha voglia. Né più né meno.
Un ottimo giocatore, come se ne sono visti tanti, e per la povertà della Serie A di certo un lusso, ma l’Europa è un altro discorso. Poi può essere che stia prendendo un granchio grosso quanto San Siro e che un domani lasci il Milan e fiorisca un esterno da antologia del calcio. Ma fino ad allora, il dubbio resta.
La polemichina finale
Poteva mancare? Sennò che editoriale di Thomas sarebbe?
Premessa: non è un attacco a Rafa, né ai milanisti, ma a un certo tipo di narrazione tutta italiota. Cos’è che adesso ha portato tutti a scoprire Khvicha Kvaratskhelia? Semplice: il fatto che non abbia più la maglia azzurra addosso. Certo, ora è diventato “totale”, ma credetemi: era devastante già qui a Napoli. E non parlo solo dell’anno dello scudetto, ma anche e soprattutto di quello successivo, quando in uno spogliatoio ridotto a pezzi ha tentato di trascinarsi sulle spalle una squadra che più non poteva definirsi tale. Parliamo di contesti sfavorevoli, o no? Ecco.
Quindi cos’è che portava a metterlo in ombra a favore di Leão e, Dio ci perdoni, addirittura Chiesa? Semplice: la torre d’avorio in cui vivono i tifosi strisciati va difesa e protetta a tutti i costi. Ma per una banalissima questione di mercato, eh, nessun pistolotto strano: sono di più i clienti, portano più soldi e dunque vanno imboccati con le favole che solo e soltanto i loro giocatori siano i più forti delle galassie conosciute. Gli altri? Bravini, sì, ma vuoi mettere?
Un po’ il discorso che si fa con McTominay, ma quella è un’altra storia.
Il problema delle torri d’avorio, però, è sempre quello: sarà pure bello viverci, ma ti isolano dalla realtà. E la realtà ha il brutto vizietto di saper stringere quando ti tiene per i gioielli o di saper colpire bene quando finalmente ti acchiappa (sono citazionista). E adesso, che ha colpito sotto forma di un barbuto, pallido e fondamentalmente fenomenale georgiano, cosa vi inventerete?
