Che pena che fa quella parte della stampa sportiva che cerca di tenere in piedi macerie che ormai, è sotto gli occhi di tutti, non sono proprio in grado di reggersi più. È inutile tirare fuori i nomi perché sono più che risaputi: si tratta dei soliti circoli che tengono sequestrato il dibattito calcistico in Italia.
Lo scollamento tra quello che loro raccontano e i lavori della Procura di Milano, che procedono e stanno iniziando a dare la percezione di un sistema largamente infetto e malsano, è evidentissima. Così come questo scollamento tra realtà dei fatti e narrazione dei grandi media nazionali è evidente anche relativamente a un’altra grande questione: la lotta per la presidenza della FIGC.
La prudenza iniziale di Abodi
Ci siamo lasciati qualche settimana fa commentando il duello tra Andrea Abodi e Giovanni Malagò e i significati sottesi a questa contesa. Politicamente la partita è grossa e solo una stampa scadente e che va a rimorchio dell’ultimo grande caso da raccontare poteva dare la percezione di un braccio di ferro sospeso che, in realtà, procede e neanche a fari spenti.
Già il 21 aprile scorso, infatti, il Ministro dello Sport Abodi – in quella che doveva essere una semplice audizione davanti la Settima Commissione del Senato sullo stato del calcio italiano – ha lanciato il suo vasto programma di riforme. I toni sul commissariamento della FIGC sono stati apparentemente più incerti, vero (“non ho dubbi sulla nostra correttezza, ma non ho la certezza di chi viene dopo di noi”, ha amleticamente detto). Ma i punti su cui ha rilanciato gli obiettivi dell’azione di governo sono pesanti. Pesantissimi.
Tutele nell’impiego dei calciatori italiani (il famigerato “prima gli italiani” calcistico), legge sugli stadi, istituzione dell’albo degli agenti e, guarda caso, terzietà e imparzialità degli arbitri. Quasi una settimana prima che scoppiasse il caso Rocchi. È curioso perché non è mai stato, questo, un punto rivendicato dalle forze di governo in ambito calcistico. Il timing è abbastanza sospetto.
Evidentemente, negli ambienti romani, un po’ di puzza iniziava già ad essere avvertita. E il Ministro ha ben pensato di cogliere la palla al balzo per aggiungere un’altra arma nel suo duello con Malagò. Naturalmente, lì per lì questa presa di posizione non ha fatto notizia, ma Abodi così si è accreditato ulteriormente come Deus ex machina che deve aggiustare, da esterno, un sistema calcio altrimenti irriformabile.
Scoppia il caso Rocchi: Abodi esce allo scoperto
Ed ecco che, pochi giorni dopo, scoppia il caso Rocchi. Panico generale, tripudio di revanchismo sui media juventini, silenzio funereo sui canali di chi invece passa le veline interiste. Le dichiarazioni più pesanti, dunque, arrivano proprio dal Ministro.
I toni sono quelli dell’accusa: “Lasciando all’autorità giudiziaria il compito di svolgere il suo lavoro e senza voler entrare nel merito dell’operato del designatore della Can Rocchi, l’aspetto più grave che emerge è il modo in cui la stessa denuncia sia stata gestita all’interno del sistema calcistico”.
E continua: “Finora, nessun riscontro pubblico, così come non sappiamo chi abbia ricevuto la denuncia e quale organo sia stato investito della questione per verificarne la sussistenza. Mi aspetto, quindi, di ricevere formalmente dal CONI, il prima possibile, informazioni in merito alla vicenda. Nel caso in cui fossero accertate responsabilità, non potranno non esserci conseguenze”.
Abodi, quindi, ha deciso finalmente di giocare a carte scoperte sul commissariamento della FIGC e ha alzato anche il tiro nei confronti del CONI. Siamo ad appena una settimana dalla sua audizione prudente – almeno sulla questione commissariamento – in Senato. Il Ministro ha premuto il piede sull’acceleratore approfittando della ferita apertasi nel fronte avversario.
La fretta di Marotta
Ma il caso Rocchi ha avuto ripercussioni, lo dicevamo, anche sull’altra fazione in corsa per la FIGC: quella che sostiene Malagò. Anzi, se vogliamo dirla tutta, le indagini della Procura di Milano ne hanno determinato proprio i tempi. In effetti, era molto strana la fuga in avanti di Marotta, che in un primo momento aveva lasciato interdetti anche i vertici di Milan e Juve. Solitamente, certe decisioni hanno alla base la concertazione. Almeno tra le big e le società satelliti.
Dunque si può dire, ex post, che il presidente dell’Inter abbia compiuto una vera e propria forzatura: l’operazione è stata talmente accelerata nei tempi che persino Malagò, una volta ottenuto il via libera dalla Lega, ha provato ad abbassare i toni e a mostrarsi più dimesso e conciliante rispetto alla sua candidatura.
Certo, c’è che Malagò, nonostante tutti gli attriti e gli strappi operati dal governo nei confronti della sua figura negli anni recenti, prova sempre a tenere aperto un canale di comunicazione con Giorgia Meloni e soci: la forza alla base dei suoi piani verrebbe meno se trovasse una sponda politica solo nei sindaci dei grandi Comuni amministrati dal centrosinistra.
Malagò sa bene, infatti, che certe grosse operazioni di cui è stato l’artefice sono andate in porto proprio grazie all’idillio, ora interrotto, anche col centrodestra (vedasi le Olimpiadi invernali). Però oggi il suo grande elettore è Marotta che, dicevamo, ha tutta fretta di chiudere la partita della presidenza FIGC per continuare a essere il kingmaker del calcio italiano.
Se dovesse andare troppo avanti il lavoro della Procura di Milano, infatti, gli equilibri interni alla Lega potrebbero cambiare radicalmente. Ciò che va bene oggi può essere completamente diverso domani.
Spunta l’ipotesi Mezzaroma
Al centro della contesa, però, non ci sono solo le questioni di campo. Il cuore di tutto resta pur sempre il dossier stadi, un filone di questioni che si intreccia strettamente con Euro 2032 e con le sorti di San Siro, da cui passa un pezzo importante della sostenibilità del bilancio dell’Inter.
Tutti punti che sono troppi succulento e su cui, dunque, il governo non può accettare di avere nomi ingombranti che facciano da intermediari. E Malagò, per cursus honorum e relazioni personali, istituzionali e imprenditoriali, lo è. In più, la terza qualificazione di fila mancata ai Mondiali ha destato scandalo e mostrare piglio decisionista verso la FIGC è una delle poche carte che restano da giocare a un governo uscito malconcio dal referendum istituzionale. E che si avvia azzoppato alle elezioni politiche del 2027.
La strada è stretta, molto stretta, per entrambe le fazioni. Ma forse il governo ha margini di manovra più ampi: più passa il tempo e più Marotta è debole e dall’altra parte non ha un governo che sembra disposto a trattare. Da par loro, Abodi&Co. potrebbero anche rinunciare all’operazione Abete per creare quello stallo funzionale al commissariamento e puntare direttamente tutto su quello che si vocifera sia il suo vero candidato: Marco Mezzaroma.





