Al calcio italiano servono riforme, non sotterfugi
Le parole pronunciate da Pierpaolo Marino durante una trasmissione su Sportitalia rappresentano la cartina di tornasole del sistema calcistico italiano. Il noto dirigente ha raccontato che, dopo la penultima fallita qualificazione dell’Italia ai Mondiali, l’allora presidente della Figc Gabriele Gravina chiamò Giuseppe Marotta e lo stesso Marino per ragionare insieme sulle riforme del calcio italiano. Un tavolo di lavoro per studiare possibili soluzioni.
Un passaggio che assume un peso notevole se collocato accanto all’altro elemento riferito dallo stesso Marino: né lui né Marotta, per volontà dello stesso Gravina, avrebbero lasciato i rispettivi club.
Stava per nascere un cortocircuito istituzionale che il calcio italiano considera fisiologico.
Chiariamo subito un aspetto. Non è in discussione la statura professionale dei dirigenti chiamati in causa. Sarebbe persino banale sottolinearne competenza, esperienza, visione. Il punto è un altro, e riguarda non le persone ma il principio: se il presidente federale dell’epoca, nel momento di massima crisi del sistema, individua come interlocutori privilegiati due dirigenti di club — invitati inoltre a restare all’interno delle rispettive strutture societarie — si apre una questione di opportunità.
A meno che non crediamo tutti ai somari che volano, chi governa un club non cessa di rappresentarne, anche implicitamente, le convenienze. E una riforma così importante, strutturale, di sistema, studiata attorno ad un tavolo dovrebbe nascere in un perimetro di autonomia, non dentro una rete di interessi impliciti. Se ci sono interessi, l’aspetto neutrale va a farsi benedire.
Nel calcio italiano il confine tra istituzione e influenza, tra “funzione pubblica” e interesse personale da la sensazione di essere porosa da troppo tempo.
In Federcalcio pare che gli equilibri da “Prima Repubblica” siano rimasti tali.
Quando una federazione fallisce il proprio compito più alto, la risposta dovrebbe essere basata su trasparenza, procedure, sedi riconoscibili, ruoli chiari. Non telefonate riservate. Non tavoli poco chiari. Non la convocazione di figure certamente autorevoli, ma inevitabilmente portatrici di interessi particolari.
Per questo le parole di Marino finiscono per suggerire una verità inquietante: il calcio italiano continua a muoversi secondo una logica relazionale più che istituzionale, più incline all’equilibrio tra poteri che alla costruzione di un’autentica architettura di governo.
Il problema è a monte: chi decide le persone che hanno titolo per immaginare, cambiare, costruire e sviluppare il futuro del calcio italiano? E, cosa non di poco conto, con quale mandato, con quale indipendenza, con quale garanzia di terzietà?
Quando le riforme vengono pensate coinvolgendo pochi soggetti che restano in sella al sistema dei club, il rischio è che non si stia davvero provando a correggere il sistema, ma soltanto a disegnare nuovi equilibri.
Una vicenda triste, per non dire squallida, specchio di un sistema calcistico dove la crisi raramente produce discontinuità ma riassetti. Non mette in discussione i meccanismi profondi del potere: li riorganizza.
Le parole di Marino, allora, valgono come conferma di un ambiente che continua a ritenere naturale ciò che naturale non è: che il futuro del sistema possa essere pensato da chi, in quel sistema, occupa già una posizione di forza. E che questo non venga percepito come un problema, ma quasi come una garanzia.
È qui che il calcio italiano palesa la sua più ostinata incapacità di riformarsi, nell’impossibilità di concepire innovazioni fuori dai consueti circuiti del potere.
Se queste sono le basi su cui poggia la “rinascita” del nostro calcio, non dobbiamo sorprenderci se restiamo a guardare i Mondiali dal divano. Tra conflitti d’interesse grandi come stadi e una gestione del potere che ricorda più la Prima Repubblica che il calcio moderno, l’unica vera riforma necessaria sarebbe una netta separazione tra chi governa e chi gioca.
Ma in Italia preferiamo il telefono amico. Anche se dall’altra parte del filo c’è chi, tecnicamente, dovrebbe essere un semplice tesserato soggetto alle regole. Regole che, a quanto pare, si scrivono tra una telefonata e l’altra.






