Guardiola CT? Non risolverebbe i problemi italiani
Pep Guardiola sulla panchina della Nazionale Italiana. Sì, avete letto bene. Il demiurgo del calcio moderno, l’uomo che ha trasformato il rettangolo verde, rendendo il possesso palla una forma d’arte religiosa, avrebbe improvvisamente deciso di venire a risolvere gli enigmi del nostro sport nazionale.
Sia chiaro: Guardiola è un genio. Ma è un genio che ha dipinto la Cappella Sistina avendo a disposizione i pennelli di Michelangelo e i pigmenti più costosi del mercato globale. Al Barcellona aveva Messi, Xavi, Iniesta, Busquets, al Bayern una corazzata teutonica con Müller, Lewandowski, Neuer, Robben, Ribéry, al Manchester City ha potuto spendere mezzo miliardo per costruire una macchina perfetta con De Bruyne, Haaland, Rodri, Ederson. Gente che, anche a occhi chiusi, sa dove mettere il pallone. Ecco, ora immaginatevelo a Coverciano, nel bel mezzo di un raduno di novembre, mentre cerca di spiegare i movimenti a un gruppo di onesti mestieranti della nostra Serie A. Il materiale umano che troverebbe in magazzino sarebbe di qualità non certificata, se non per i nostri media nazionali. Qui in Italia abbiamo infatti un talento unico: riusciamo a creare generazioni spontanee di fuoriclasse su carta stampata. Basta un tunnel riuscito in un Empoli-Sassuolo per far gridare al nuovo Baggio. Due chiusure pulite contro una neopromossa e abbiamo trovato l’erede di Baresi. Un terzino che azzecca tre cross di fila diventa immediatamente Roberto Carlos o, comunque, l’oggetto del desiderio dei top club europei (che però, chissà perché, alla fine non chiamano mai). Viviamo in un ecosistema mediatico che vive di iperboli, dove calciatori normalissimi, più vicini alla mediocrità che alla sufficienza, vengono elevati al rango di divinità laiche per compiacere chissà chi. Cosa potrebbe succedere al terzo giorno di allenamento a Coverciano? Probabilmente Pep, dopo aver chiesto a un nostro centrocampista di trovare lo spazio tra le linee e aver ricevuto in cambio uno sguardo smarrito che implora un lancio lungo verso la bandierina, inizierebbe a consultare freneticamente i voli per Manacor per andare a giocare a golf con Nadal. Ecco la dura verità che non si può ignorare: allenare i campioni è un’arte, ma far sembrare campioni dei giocatori mediocri è un mezzo miracolo. Guardiola in azzurro è una bella suggestione. Ma equivale ad assumere un cuoco stellato per dirigere la mensa di un autogrill. Funziona solo se prima cambi la materia prima. Forse, più che cercare Guardiola, bisognerebbe cercare i giocatori che renderebbero sensato chiamarlo.
