A poche ore dal fischio d’inizio di Manchester City-Napoli, ripensavo alle parole di elogio di Guardiola per il Napoli di Antonio Conte. Pep è universalmente riconosciuto come uno dei tecnici più influenti della storia del calcio moderno. Le sue squadre hanno cambiato il gioco, la sua filosofia ha ispirato generazioni di allenatori e la sua bacheca parla da sé.
Eppure, dietro l’aura di perfezione e di genialità che trasmette ai calciatori sul rettangolo verde, c’è un atteggiamento che negli anni sta diventando non solo ripetitivo, ma anche fastidioso: la sua ormai rituale pretattica fatta di elogi smisurati agli allenatori avversari. Penso a Sarri, Inzaghi e Conte.
La “tattica dell’elogio” di Guardiola, i precedenti italiani
Maurizio Sarri genio del palleggio, Simone Inzaghi tra i migliori d’Europa per organizzazione, Antonio Conte un maestro del pressing e della mentalità: una teatralità che sembra studiata a tavolino. Parole che all’apparenza paiono semplici attestati di stima, ma che a un’analisi più attenta hanno tutto il sapore di un copione.
Questo gioco psicologico, oggi, non è più credibile. All’inizio poteva sembrare un gesto di eleganza, un modo di portare rispetto all’avversario. Oggi, invece, appare come un modo furbo per spostare la pressione. Guardiola, infatti, incensa i rivali, dipingendoli come giganti tattici, quasi imbattibili, costringendoli a reggere un fardello di aspettative non richieste. Un modo sottile e pungente per scaricare da sé il peso della vittoria e per mettere gli altri nella scomoda posizione di dover dimostrare di essere davvero all’altezza delle lodi ricevute.
Carissimo Pep, hai un po’ stancato
Questa strategia, diventata ormai automatica, ha finito per stancare. Non convince più né il pubblico né la stampa, che ha imparato a decifrare i suoi meccanismi, e rischia persino di suonare come una mancanza di sincerità. Perché se Guardiola elogia tutti allo stesso modo, allora il valore dei suoi complimenti perde spessore.
Il calcio vive di rivalità vere, di sfide frontali e di autenticità. Continuare a ripetere a pappagallo che “Tizio è un maestro”, che Sarri è unico o che Inzaghi è straordinario non arricchisce il dibattito, lo svuota. È tempo che Guardiola abbandoni questa maschera retorica e torni a parlare da fuoriclasse quale è, senza rifugiarsi dietro frasi fatte che ormai hanno il sapore della stucchevolezza. In fondo, non è incensando gli altri che si dimostra la propria grandezza: è sul campo, dove Guardiola non ha certo bisogno di giochetti psicologici per dimostrare chi è.






